Leggi il settimanale
Cerca
Edicola digitale
+

In piazza con le foto delle vittime degli ayatollah «Minacciata di morte, mi lanciavano di tutto»

Esplora:

Il racconto di Mojdeh Karimi, vicepresidente dell'associazione Italia-Iran «Volevo ricordare che la Repubblica islamica ha ucciso più di 40mila persone»

David Di Segni
  • a
  • a
  • a

A sfilare accanto alla Brigata ebraica durante la festa della Liberazione c’erano anche i dissidenti iraniani in diaspora, cioè i rappresentanti di quel popolo che continua a lottare per affrancarsi dalla dittatura e tornare a vivere liberamente nel proprio paese. «Era importante ricordare che, in soli due giorni, la Repubblica islamica ha ucciso più di 40mila nostri connazionali che chiedevano libertà» dice al nostro giornale Mojdeh Karimi, vicepresidente dell’associazione Italia-Iran, che in una piazza del 25 aprile in preda all’isteria ha voluto portare le foto dei suoi connazionali vittime degli Ayatollah. Non un’aria di serenità quella che si respirava fra le vie di Milano, specie a causa delle numerose persone «che gridavano minacce di morte e lanciavano tutto ciò che trovavano a terra, mentre sventolavano i vessilli dell’Asse del terrore». Bandiere di Iran, Hezbollah e Palestina, tutti simboli «di un regime che finanzia gruppi estremisti in Medio Oriente e sfrutta le democrazie per manifestare la propria ideologia».

Una grande contraddizione, quella degli attivisti locali che elogiano dittature e puntano il dito contro le loro vittime costrette all’esilio, che è frutto di una propaganda incessante progettata per confondere le acque. Nel cortocircuito, il grande assente resta certamente «il pericolo dell’Islam politico che sta crescendo» anche nel nostro continente, dove le persone «possono minacciare la gente alla luce del sole, sotto gli occhi della polizia». Una minaccia seria alla «democrazia e alla libertà dell’Italia», che non sarebbe stata possibile senza la legittimazione e l’appoggio «di alcuni esponenti e gruppi politici» troppo spesso impegnati a sminuire e decontestualizzare le manifestazioni di intolleranza che si verificano. Questo «non è soltanto una vergogna, ma un allarme per la sicurezza e il futuro del Paese». Il tutto, quindi, non sarebbe solo la conseguenza di una società imbevuta di antisemitismo e ostilità per l’Occidente, bensì il risultato più scientifico di un’ondata di disinformazione che Teheran alimenta «attraverso i suoi canali d'influenza».


Ecco quindi che la discussione sulla presenza delle bandiere di Israele al corteo del 25 aprile appare dunque «surreale» davanti all’emergenza «rappresentata dalle bandiere della Repubblica islamica e dai vessilli del terrore». Su chi soffia sopra la polemica, gli iraniani ne sono certi: si tratta di un disegno che «serve a distogliere lo sguardo dall'asse del terrore» ed è quindi la «ennesima prova» di come la propaganda cerchi di invertire i ruoli tra vittima e carnefice.

Dai blog