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Chi passò le carte a Cosa Nostra sull'inchiesta “mafia e appalti”

Foto: Ansa

Angelo Jannone - Già comandante della compagnia carabinieri di Corleone
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Chi informò Cosa Nostra sull’indagine mafia-appalti? Chi consegno il corposo rapporto del ROS ad Angelo Siino, il pentito «Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra»? O forse la domanda più adatta dovrebbe essere cui prodest? Domanda a cui oggi sarebbe stato più facile fornire una risposta, dopo quanto sta emergendo dalla nuova inchiesta di Caltanissetta e sulla pista del cosiddetto «metodo degli appartamenti». Ma non lo era altrettanto all’epoca. Angelo Siino è un personaggio sicuramente ambiguo e dalle diverse sfaccettature. Si pente dopo l’arresto nel 1997. Ma dopo una lunga carriera da confidente di polizia e carabinieri. Ciò che salta all’occhio è che il pentimento di Siino fu gestito operativamente da quegli stessi magistrati della Procura di Palermo su cui la Procura di Caltanissetta indagava proprio per chiarire la fondatezza o meno di rapporti “opachi” gestiti, pur indirettamente, da Siino. E l’anomalia si spingeva sino al punto che, sin dal primo interrogatorio del 10 ottobre 1997, i Pubblici Ministeri di Palermo gli avevano posto domande sul colloquio investigativo avuto con il capitano De Donno, presso la casa Circondariale di Termini Imerese e sulle pressioni, risultate infondate, sulla moglie del pentito. Secondo i Pm di Palermo l’ufficiale, invitandolo a collaborare, gli avrebbe domandato espressamente se il dott. Lo Forte fosse «corrotto e se aveva preso soldi», circostanza da Siino decisamente negata, avevano precisato i magistrati palermitani, ricordando che Siino aveva aggiunto di non conoscere episodi di corruzione di magistrati diversi da quello relativo all’«nticchia i grassu per Giammanco» (l’ex Procuratore di Palermo, nda). Non ci si sarebbe potuti attendere nulla di diverso, visto che ad interrogarlo erano proprio i magistrati del pool coordinato da Guido Lo Forte. Compreso lo stesso Lo Forte. Un aspetto questo su cui ci pare legittima una domanda sulla linearità e l’opportunità. Stessa domanda che si sarebbe posta la prima sezione disciplinare del Csm, come aveva riportato il Manifesto dell’epoca, a firma di Guido Ruotolo. Ma in realtà il procedimento disciplinare scagionò De Francisci e Lo Forte. «Domande legittime quelle rivolte a Siino». Sentenziò il CSM.

Già Siino. Siino che, come aveva osservato il GIP di Caltanissetta, nell’ordinanza del 1999, già nel corso del suo interrogatorio del 19.02.1998, ha riferito che il dott. Lo Forte costituiva «un chiodo fisso» per De Donno, salvo poi nel corso del confronto con il Maggiore De Donno, svoltosi il 5 maggio del 1999, affermare “non ricevetti mai pressioni per dire cose false... Mori e De Donno hanno fatto di tutto per farmi collaborare, ma in maniera sincera, in maniera graziosa, non ho avuto mai fatta nessuna proposta di malversazione nei confronti di qualcuno... pressioni per collaborare, sì... facevano il loro mestiere... mai nessuno mi ha detto... lei deve dire...». Siino che aveva indicato imprenditori come i fratelli Buscemi, graziati dalla richiesta di archiviazione per Mafia Appalti, come soggetti «protetti» e pienamente integrati in quel sistema. Ma lo aveva fatto nelle confidenze registrate dal Colonnello Meli, comandante di Monreale: «Però non lo hanno toccato (Buscemi, nda, quello degli appartamenti) mai i cornuti della Procura! picchì??? mah! con tutti i pentiti, con tutte le situazioni, con tutte quelle cose perché... giustamente attaccare Angelo Siino è facile... perché praticamente non c’è nessuna situazione!! Siccome là si ...scantano (spaventano, nda)... questo è il problema!!!». Ma il passaggio più delicato riguarda la diffusione anticipata del rapporto mafia-appalti.

Secondo quanto emerge in diverse fasi delle sue dichiarazioni, vi sarebbe stato un interesse concreto ad acquisire il contenuto del rapporto. Si parla di somme rilevanti, di disponibilità economiche importanti, e di canali che avrebbero coinvolto anche ambienti politici, con il riferimento al leader della democrazia cristiana siciliana, Salvo Lima, come possibile intermediario con i magistrati palermitani. Non si sarebbe trattato, quindi, soltanto di una fuga di notizie. Ma della ricerca attiva di quel documento. E tuttavia, su questo punto, le versioni non restano immutate. Nel tempo, il racconto si modifica. In una prima fase, il quadro è ampio e articolato. Successivamente, la ricostruzione tende a concentrarsi su singoli soggetti. Fino a indicare, in alcune versioni, poi nuovamente smentite, il maresciallo Antonino Lombardo come possibile punto di accesso alle informazioni riservate. Ed è la stessa lunga ordinanza del GIP Nisseno, con cui veniva archiviato il procedimento scaturito dalla denuncia di De Donno, a rilevare come tali dichiarazioni del Siino siano intrise di contraddizioni. Accanto ai verbali, in quel procedimento, però, esiste un altro livello. Quello delle registrazioni. Le confidenze di Siino, versione confidente, erano, come accennato, state raccolte e registrate da due ufficiali dell’Arma. Il maggiore De Donno ed il tenente colonnello Giancarlo Meli, comandante del Gruppo di Monreale, nel 1997. È in quei dialoghi che emerge un clima diverso. Un clima nel quale i rapporti vengono descritti con disinvoltura, attraverso giudizi netti e privi di filtri. In quelle conversazioni Siino fa riferimento a magistrati palermitani con espressioni colorite come: «quello non capisce niente», «lo scapigliato» (Scarpinato, nda), «...l’altro è corrotto». Frasi che sicuramente non restituiscono nulla di acclarato, ma una rappresentazione interna di equilibri e relazioni. E che si accompagnano a un elemento ancora più significativo: la percezione che le fughe di notizie sull’indagine più temuta del momento, mafia-appalti, si fossero avvalse di più canali.

È proprio nel confronto tra queste registrazioni e le dichiarazioni successive che emergono le divergenze. Le prime descrivono un sistema articolato. Le seconde tendono, a ricondurre tutto a responsabilità più definite. Agli anelli più deboli. Nel mezzo, la figura del povero maresciallo Lombardo. Il comandante della stazione di Terrasini in procinto di partire per gli Usa con il colonnello Mauro Obinu del Ros. L’unico che potesse convincere don Tano Badalamenti a collaborare in Italia, il Il 23 febbraio 1995, viene sputtanato in diretta durante la puntata del programma televisivo condotto da Michele Santoro su Rai 3, da Leoluca Orlando, allora sindaco di Palermo e dal sindaco di Terrasini Manlio Mele. Lo definirono colluso con la mafia. La missione USA viene cancellata. Alcuni giorni dopo, il 4 marzo 1995, dopo che aveva presentato una denuncia per diffamazione, Lombardo viene trovato morto nella sua auto all’interno della caserma Bonsignore a Palermo. Si era tolto la vita con un colpo di pistola alla tempia. Ad ucciderlo, nella lettera manoscritta accanto al cadavere, sarebbero stati gli attacchi ingiusti ed il clima creatosi attorno a lui. La denuncia di De Donno alla Procura Nissena, del 1997 e la controdenuncia per calunnia presentata da Lo Forte, si chiudono con un nulla di fatto. Ma segnano uno spartiacque. Un confronto destinato a segnare gli anni successivi. L’inizio di quello che verrà poi definito un vero e proprio atto di guerra contro il ROS da parte della Procura di Palermo. Una guerra asimmetrica. Perché la costruzione della verità processuale con pentiti e testimoni anche quando dichiarati non lineari o attendibili rimaneva comunque lo strumento nelle mani della Procura. E perché una certa stampa ed un opinione pubblica non sempre attenta ai dettagli hanno fatto da cassa di risonanza di verità che solo oggi cominciano ad essere scomodamente messe in discussione.

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