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Paradosso Flotilla, la Procura di Roma indaga Israele per tortura e rapina

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Luigi Frasca
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È notizia di ieri che la procura di Roma contesta anche il reato di tortura nel fascicolo avviato dopo gli esposti presentati dagli attivisti e parlamentari italiani che si trovavano a bordo delle navi della Global Sumud Flotilla, fermati lo scorso ottobre in prossimità della costa di Gaza dalle forze israeliane e poi rimpatriati. Attualmente la denuncia è stata formulata contro ignoti. I pm titolari dell’indagine hanno ascoltato nei mesi scorsi i partecipanti alla missione per ricostruire sia la fase della navigazione, con i presunti e attacchi dei droni, sia quella successiva dell’abbordaggio da parte delle forze israeliane e del trattenimento fino al rimpatrio in Italia. Ora i magistrati italiani sarebbero dunque pronti a inoltrare una richiesta di rogatoria a Israele.

Il nuovo reato contestato dalla procura si aggiunge ad un altro, e cioè quello di rapina ai danni dei naviganti, consistente nella sottrazione dei cellulari e di alcuni beni dell’equipaggio. 
Tutta la vicenda è partita dagli esposti presentati dai legali della Flotilla una volta terminata, senza grande successo, la "missione umanitaria" galleggiante che avrebbe voluto nientemeno che portare la pace a Gaza e forzare il blocco imposto da Israele.

La traversata, però, non finì benissimo: dopo infiniti avvertimenti da parte delle forze israeliane, sfiancanti polemiche politiche e l’impegno del governo italiano nel garantire, nonostante tutto, la sicurezza delle imbarcazioni (con tanto di nave militare a scortare la missione), i capitani coraggiosi avevano comunque deciso di proseguire nel loro intento. Fino ad arrivare alle acque territoriale di Israele. A quel punto, l’autorità di Tel Aviv non aveva avuto scelta, vedendosi costretta ad intervenire, bloccando le imbarcazioni, sequestrandole e trasportando i membri dell’equipaggio a terra.<ET>Dopo alcune ore di inevitabile fermo, i naviganti per Gaza sono stati quindi rilasciati e rimpatriati.

Da quel momento in poi, apriti cielo: i protagonisti hanno iniziato a denunciare, prima a mezzo stampa, poi passando alle vie legali, torture, violenze psicologiche e fisiche, e chi più ne ha più ne metta. Denunce che la stessa procura di Roma aveva ricevuto e cui aveva dato seguito già ad ottobre 2025, allorché aveva aperto un fascicolo d’indagine per sequestro di persona e danneggiamento con pericolo di naufragio. 
Insomma, secondo queste ricostruzioni, Israele avrebbe prima tentato di affondare le navi e poi, non prima di averli rapinati dei loro beni, sequestrato i membri dell’equipaggio, per, infine, torturarli. Un racconto che, ovviamente, le autorità israeliane hanno sempre contestato. Tutto l’impianto accusatorio si regge sulle testimonianze dei 36 attivisti fermati durante la missione: sono stati i loro racconti a spingere la procura a procedere. Qui, però, sembrerebbe mancare un pezzo della storia non secondario, ovvero il contesto. Le navi della Flotilla avrebbero infatti violato un blocco navale considerato da Israele legittimo, entrando peraltro in una zona di guerra e in un’area interdetta, dopo ripetuti avvertimenti. Ma questo in pochi lo raccontano. Mentre un.altra nave è pronta a salpare per Gaza. Di nuovo. 

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