Iran, le solite femministe la buttano in politica. Corteo contro “il patriarcato Usa-Israele”
La guerra in Iran scende in piazza. Da Londra a Berlino, fino a Roma e Milano, dove ieri si sono contrapposti sit-in pro e contro il regime degli ayatollah. Un centinaio di pakistani infatti si è riunito per commemorare la Guida suprema Alì Khamenei uccisa da un raid combinato tra Israele e Stati Uniti. A poca distanza il presidio dell’associazione Iran-Italia a sostegno dell’intervento deciso dal presidente Usa Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Piazze diverse che in democrazia non solo possono ma devono convivere. Diverso è il corteo previsto oggi, in occasione della Festa internazionale della Donna - seguito lunedì da uno sciopero generale - da parte di «Non una di meno». Dopo anni di silenzio sulla costrizione fisica e psicologica cui sono costrette a vivere le donne iraniane, il movimento femminista italiano dedica, guarda caso, il corteo di oggi proprio alla rivolta delle donne di Teheran con le parole «Jin Jiyan Azadi», «Donna Vita Libertà». Ovviamente con al centro lo «sdegno» verso la «macchina genocidiaria e bellica» siglata Trump e Netanyahu definiti «simbolo di un potere corrotto e decadente, almeno quanto quello degli ayatollah, che ha nella prosecuzione della guerra l'unica chance di resistere a se stesso. Travolti dagli “scandali” e dal crollo del consenso sul piano interno, proseguono con il massacro di vite e nella violazione costante del diritto internazionale, cercando di distruggere sistematicamente ogni prospettiva di autodeterminazione e liberazione delle popolazioni coinvolte».
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Un paragone talmente arduo da sfociare nel paradossismo strumentale che solo una certa sinistra è in grado di raggiungere. Innanzitutto perché si parla di due Nazioni in cui, con tutto il dispiacere da alcuni provato, i rispettivi capi di governo sono stati eletti proprio dal popolo che, almeno nelle democrazie occidentali - di cui Israele fa parte - ha ancora il potere di autodeterminarsi. Cosa che la teocrazia, così come regimi autoritari, impongono con elezioni farsa, qualora ci fossero. Iran, Russia, Venezuela. Tanto per citare Paesi cari alla sinistra. L’escalation italiana tuttavia preoccupa. Perché strumentalizzare la Festa internazionale della Donna a fini biecamente politici fa male soprattutto alle donne che andrebbero sostenute con voce unanime. Soprattutto contro il patriarcato islamico jihadista che ancora considera la donna un essere inferiore, alla quale negare anche le minime libertà civiche e civili. Anzi, se si colpisce il regime affine è guerra contro la quale manifestare e scioperare perché «massima espressione della violenza patriarcale». Insomma affermazioni "forti" se questa guerra è contro il regime degli ayatollah, quegli stessi che in Afghanistan, dove il "democratico" Biden ha ritirato le truppe statunitensi, è da poco entrato in vigore un nuovo codice di diritto in cui la donna è posta ai gradini più bassi della società, una società in cui è stata ristabilita per legge la schiavitù. E non c’è molta differenza con Teheran. Laddove la premio Nobel per la pace, Narges Mohammadi è stata arrestata, frustata e completamente isolata. Non un corteo per lei, neanche un cartello di solidarietà.
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Del resto anche il Nobel assegnato a Maria Corina Machado è stato accolto assai timidamente dalle nostre pur sempre informatissime "femministe". Ma per fortuna non ci sono soltanto queste "femministe". Ci sono poi quelle vere. A cominciare dalle stesse iraniane che non smettono, ogni giorno, di scendere in piazza a sostegno di quella rivolta popolare repressa dal regime con 50 mila morti; a sostegno di un intervento militare da parte di Usa e Israele che altro non è che la risposta all’appello disperato di milioni di iraniani oppressi dal regime. E basta osservare le manifestazioni in tutto il mondo degli esuli iraniani che ringraziano proprio Trump e Netanyahu. A Milano, oggi, la manifestazione del movimento «Voci di Donne Dimenticate», Free4Future e Coordinamento Nazionale, alla quale aderiscono oltre 30 associazioni di tutta Italia, «per dare voce a tutte quelle donne che ancora oggi combattono per la propria libertà: le donne iraniane che sfidano il regime degli ayatollah, le donne israeliane vittime del pogrom del 7 ottobre, le donne ucraine che resistono all'invasione e alla violenza della guerra», recita la presentazione dell’evento. Toni assai diversi da quelli utilizzati da «Non una di meno». E finiamo questo articolo proprio con le stesse parole di «Voci di Donne Dimenticate», mai così vere, mai così utili: «Un appuntamento che vuole essere un grido collettivo contro ogni forma di oppressione, di silenzio imposto, di diritti negati. Perché il femminismo è universale o non è».
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