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Violenza, così agiscono i nuovi black-block: tattiche, strategie e addestramento

Foto: Lapresse

Francesca Musacchio
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Travisamenti, scudi, petardi, bottiglie incendiarie, fuochi d’artificio, bastoni e striscioni con telai scomponibili. È lo stesso arsenale visto sabato a Milano e dieci giorni fa a Torino. Non improvvisazione, ma preparazione. Dietro gli scontri tra gruppi incappucciati e forze dell’ordine c’è una tattica collaudata, una forma di guerriglia urbana che si ripete, si affina e si tramanda. I black-bloc, infatti, più che un’organizzazione sono un metodo. Una tecnica di azione violenta adottata da militanti dell’area anarchica e autonomista che si inseriscono nei cortei per colpire obiettivi simbolici e pragmatici, ossia, fisici: forze dell’ordine, infrastrutture, istituzioni. Si vestono di nero, coprono il volto, agiscono in gruppo e si disperdono rapidamente. Negli scontri di Milano, come a Torino, lo schema è stato identico. Un primo fronte apparentemente pacifico. Poi la comparsa di gruppi incappucciati con caschi o maschere antigas indossati in pochi secondi e coperti dall’accensione di fumogeni. A seguire parte il lancio coordinato di petardi e razzi, insieme a tentativi di forzare cordoni, imbocchi stradali e aree sensibili. Quando arriva la risposta delle forze dell’ordine scatta la dispersione.

 

 

I black-bloc si muovono per "affinity group", piccoli nuclei affiatati che si preparano separatamente e si ricongiungono sul terreno con segnali concordati. Studiano i percorsi dei cortei, fanno ricognizioni preventive, individuano vie di fuga, luoghi per occultare materiali e punti di attacco. Alcuni distraggono, altri colpiscono. Altri si occupano di recuperare chi viene bloccato, con le cosiddette manovre di "de-arresto". L’addestramento non avviene in strutture "militari", ma in contesti informali. Palestre politiche, allenamenti in spazi aperti, esercitazioni di resistenza fisica. In Italia, l’area No Tav della Val di Susa è stata più volte indicata dagli investigatori come una «palestra» della guerriglia, dove tecniche poi replicate in città vengono sperimentate sul campo. All’estero, invece, esistono vere e proprie palestre di ispirazione anarchica dove l’allenamento fisico è legato alla militanza politica.

 

 

Le armi usate sono semplici, ma efficaci. Bastoni, spranghe, tubi metallici, bottiglie di vetro trasformate in molotov. Pietre e mattoni raccolti sul posto, oltre a fuochi d’artificio utilizzati come ordigni rudimentali. Scudi artigianali in legno o plastica rinforzata. Spray urticanti e sostanze irritanti. In alcuni casi coltelli. Ma sempre oggetti comuni convertiti a uso offensivo. In casi più rari, all’estero, si è arrivati anche all’uso di armi da fuoco. Alcuni episodi documentati negli Stati Uniti, che restano eccezioni, mostrano un salto di qualità possibile in questo senso. In Europa, invece, al momento la scelta resta quella di un armamento "povero", facilmente reperibile e difficilmente tracciabile. A Torino, durante gli scontri per Askatasuna, sono state sequestrate anche fionde, martelli, bombe carta e materiali incendiari. A Milano, petardi e fuochi d’artificio sono stati lanciati sopra i binari ferroviari e contro i cordoni di polizia. Il contesto ideologico che muove questi gruppi è noto. Anticapitali.

 

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