Pamela Genini, “mia sorella poteva essere salvata”. La denuncia dopo il femminicidio
“Mia sorella poteva essere salvata. Doveva essere applicata la procedura antiviolenza e non è stato fatto.”: Nicola Genini, fratello di Pamela uccisa da Gianluca Soncin a soli 29 anni, non trattiene la rabbia e si scaglia contro ciò che a suo dire avrebbe potuto salvare la vita alla sorella. “Se mia sorella poteva essere salvata? Da quello che ho letto sì. Queste sono cose gravi” ha esordito Nicola in un’intervista a Il Corriere della Sera. L’uomo ha infatti fatto alcune dichiarazioni sull’omicidio che getterebbero ombre sulla gestione del caso e sulla mancata applicazione del codice rosso un anno prima l’omicidio.
I chiari segnali ignorati prima del femminicidio di Pamela: dito rotto e codice rosso non attivato
La ragazza infatti era stata aggredita da Soncin il 3 settembre dello scorso anno a Cervia mentre provava a lasciarlo. “Buttata a terra e colpita alla testa con pugni, trascinata per i capelli per diversi metri, lancio di oggetti che provocarono la frattura di un dito della mano destra, graffi”: la giovane si era recata in ospedale a Seriate, dove i carabinieri erano stati notificati della lite. Ma nonostante questo, il codice rosso non era scattato e nessuno intervenne. Le informative dei carabinieri infatti non sono mai arrivate sul tavolo della procura, anche se in queste situazioni si può procedere d’ufficio: “Era da denunciare, se non I’ha fatto mia sorella dovevano farlo loro - ha spiegato Nicola -. Doveva essere applicata la procedura antiviolenza e non è stato fatto. Non posso sapere come sia andata, lo apprendo dalla stampa, stanno facendo accertamenti”. Adesso sul mancato avviso e sul mancato intervento, il procuratore di Bergamo, responsabile per le indagini, vuole vederci chiaro e appurare se e chi abbia sbagliato. E secondo quanto riporta il Corriere non si esclude l’apertura di un fascicolo a modello 45, atti non costituenti notizia di reato, per capire se ci sono altri profili di reato.
"Aiuto, è entrato", le ultime strazianti parole di Pamela prima di essere accoltellata dal compagno
Il procuratore di Ravenna, Daniele Barberini, esclude però omissioni. Per lui, quella del 3 settembre a Cervia fu una “lite senza risvolti penali. La casa era in ordine, non c’erano evidenze di lesioni, la signora non volle andare in ospedale e non denunciò. Non era un codice rosso, non era necessario avvertire il pm”. Il procuratore spiega ancora: “Era essenziale sentire la persona offesa. Lo dissero ai colleghi di Seriate, ma la signora non si presentò. Mancavano i presupposti per ipotizzare i maltrattamenti, perché lei e il fidanzato non erano conviventi. Se anche avessimo aperto un fascicolo per stalking e lesioni senza querela lo avremmo archiviato”. E sul questionario che Pamela completò in ospedale proprio per il 3 di settembre, scatta l’ennesimo cortocircuito. La donna infatti rispose con 4 “sì” su 5 domande. Sufficienti per far scattare la protezione dato che ne bastano 3 per attivare la procedura. La rabbia della famiglia e degli amici di Pamela, rimane. Elisa Bartolotti, l’amica con cui la donna aveva creato un brand di bikini, è stata in questura per deporre: “Non c’è tutela per le donne, né protezione per le persone vicine”. E alla domanda se Pamela si sarebbe potuta salvare ha risposto: “Non lo so. Dovrei vedere un caso in cui la procedura ha funzionato, ma non ne ho trovati”.
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