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Luciano Moggi e il grande Napoli: vi racconto io chi era Diego Maradona

Simone Pieretti
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La voce è alterata dall’emozione. Luciano Moggi sa, e piange dall’altra parte del telefono. «Ho appena parlato con il fratello Hugo e non siamo riusciti a scambiarci una parola: piangevamo entrambi». L’ex direttore generale del Napoli non nasconde il proprio malessere. «È una notizia sconvolgente, avrà un impatto incredibile sulla città. Su un muro di Napoli c’è scritto: il sole tramonta ogni giorno, l’amore per Diego non tramonta mai. Diego lo conoscono tutti, ma nessuno lo conosce bene per com’era. Lo conoscono bene i suoi compagni, lo conosce bene Ferlaino, l’ho conosciuto bene io. Del calciatore è inutile parlare, tutti sanno, tutti hanno visto cos’era in grado di fare. Aveva la magia nei piedi, era forte fisicamente e sapeva farsi rispettare anche sotto il profilo agonistico. Quando paragonano Messi a Maradona, mi viene da ridere. Parlare del giocatore in questo momento diventa superfluo, tutti devono sapere che Diego era un fuoriclasse anche come uomo, nonostante i problemi. Avrebbe affrontato il mondo intero pur di rendere felice Napoli, i napoletani, e i propri compagni».

 

I compagni di squadra non parlano, vivono nel loro cuore un lutto inaspettato, Maradona ha lasciato un segno indelebile nello spogliatoio e nell’intera città. «Era una persona eccezionale - racconta Luciano Moggi - un ragazzo che amava far stare bene le persone che erano con lui. Tutti conoscono il fuoriclasse, in pochi conoscono l’uomo. Il calcio ha perso un interprete grandissimo. Anche dopo la fine della carriera, è rimasto un punto di riferimento: quando parlava - in ogni angolo del mondo - tutti lo ascoltavano a bocca aperta perché ne conoscevano lo spessore. Aveva scelto Napoli perché secondo lui somigliava molto a Buenos Aires, aveva percepito lo stesso clima, la stessa umanità. Io cercavo di seguirlo come un figlio, aveva un altruismo incredibile, in pochi sanno che si è speso molto, ha fatto del bene evitando di farsi pubblicità. Tuttavia non era facile gestire Maradona. A un certo punto gli ho detto: se me ne vado io, a Napoli non succede niente. Se vai via tu, succede il finimondo: per questo devi restare. Aveva vicino a sé troppe persone, tutte volevano fargli fare qualcosa, e alla fine, alcuni di questi lo portavano a sbagliare. Ho sempre cercato di portarlo sulla strada giusta, purtroppo non ci sono riuscito. L’ho seguito e gli ho voluto bene come si può voler bene a un figlio, perché si meritava tutto questo».

 

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