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Roma 1960 e la legenda di Livio Berruti: l'estetica del volo che conquistò l'oro olimpico

Augusto Frasca
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Requiem per un fuoriclasse. Il corpo una grammatica perfetta, una carezza, un'eleganza rarefatta divenuti d'un colpo, senza retorica, polifonia collettiva, tributo all’estetica e al culto dell’uomo, irripetibile nella sua potenza scenica e nella sua traiettoria di tempo e di spazio: quella del 1960 fu la prima vittoria olimpica di un italiano su un percorso inesplorato della più essenziale delle discipline, solitaria dinanzi allo strapotere nero d'oltre Oceano. Fu l'unica resa materia viva, fisicamente viva, con la sua seduzione epica, in uno stadio di casa, con una scenografia ispirata come l'aria che l'avvolgeva. Fu l'unica segnata da un primato mondiale ripetuto a due ore di distanza l'uno dall'altro, fenomenale algoritmo dell'homo currens nella più naturale delle attitudini umane rimasto intatto, a distanza d'anni, nello scorrere di epoche divorate dal passaggio di mode e generazioni. 

Insieme con la potenza emotiva di quel breve e pure eterno piano sequenza e di quell'arrivo sul filo di lana, quanto raccolto dal ventunenne torinese nell'estate felix del pomeriggio del 3 settembre sulla terra rossa della quinta corsia dello stadio romano fu segno dei tempi, e figlio di una profezia nata sui banchi di scuola secondo una filosofia che vide impegnato lo sport italiano a partire dagli inizi degli anni Cinquanta, quando cultura ed etica erano un tutt'uno. Fu utopia segnata da lunghe attese, simbolo, tra i rari, di una generazione appena sfiorata dalle nefandezze del conflitto mondiale e appena successiva a quella legata agli ultimi assalti al rischio di Tazio Nuvolari e di Achille Varzi, all'imbattibilità di undici calciatori in maglia granata, alle gesta sulle strade internazionali di Gino Bartali e di Fausto Coppi, ai lanci olimpici di Adolfo Consolini e di Beppe Tosi sulla pedana londinese, alle nevi immacolate di Zeno Colò, alla marcia sublime di Pino Dordoni sulle strade finlandesi, agli invitti canottieri della Moto Guzzi di Mandello Lario e alla classe immensa e sofferta di Tiberio Mitri su un ring nuovaiorchese. 

Livio Berruti aveva trascorso l'intervallo tra semifinale e finale sfogliando distrattamente le pagine del volume di chimica organica di Kaiser sugli effetti delle radiazioni atomiche sulle fibre tessili. Quattro uomini, su tutti, sparsi fra tribuna e bordi del campo, Bruno Zauli, Pasquale Stassano, Giorgio Oberweger e Giuseppe Russo, a spartirsi l’attesa. Sette essendo all'epoca le corsie dello stadio Olimpico, con la prima, la meno favorevole, lasciata libera, partirono nell'ordine il polacco Foik, il francese di Senegal Abdoulay Seye, Stonewall Johnson, l’azzurro, Ray Norton e Lester Carney, che con il loro atteggiamento scostante avevano dato segno di come gli esiti delle semifinali avessero inferto un colpo esiziale alle loro velleità. Nell'impenetrabilità del silenzio dello stadio, ci fu un richiamo a Johnson, seguito dall'italiano, per un accenno di falsa partenza, formalmente non registrata dallo starter Primo Pedrazzini. Poi, con 17” e 6 decimi tra il comando ‘Ai vostri posti’ e il ‘Pronti’, e 1”6 prima dello sparo, con i nipoti di Sam ammutoliti e i francesi in festa, il verbo finale e definitivo, l'indicibile levità del volo nello stupore di un disegno dell’Urbinate, un volo in 20”5 che fu contemporaneamente frutto di pura presunzione o di semplice incoscienza, un volo che quattro anni avanti aveva corso il rischio di restare nel mondo dei sogni, quando la severità sabauda di un genitore aveva provato a distogliere atleta e tecnici federali da una distanza ritenuta pericolosa per il fisico di un diciassettenne. Per quella vittoria, al giovane olimpionico mai toccato da insidie e fragilità emotive andarono ottocentomila lire dal Comitato olimpico, quattrocento dalla Federazione e una Cinquecento dalla Fiat. 

Quattro anni dopo, ai Giochi di Tokyo, prima finale ad otto nella storia olimpica della velocità, un sorteggio ostile inchiodò il venticinquenne torinese ad una prima corsia calpestata dai mezzofondisti e resa pantano dalla pioggia. Quel suo quinto posto fu ancora una volta un miracolo di lucidità e di equilibrio. E poi, archiviato l’agonismo, fotografia di una stagione rimpianta, mai malinconia tuttavia nella seconda vita, troppo vivo il nome, troppo generosa la storia, troppo attuale un richiamo di memoria ostile a scacciare nostalgie ed oblii nell’istintivo disincanto sedimentato attraverso le infinite serate fatalmente aperte all’ennesima ricostruzione di quel pomeriggio romano. Anni dopo, fu inevitabile il confronto con Pietro Mennea, inevitabile marcarne le differenze e, talora, sul piano personale, i contrasti, troppo insistita la matrice eroica del campione di Barletta, vissuta in realtà nell’interesse esclusivo di esaltare con ogni mezzo, inquietudini e finzioni comprese, la propria statura umana e le versioni meno credibili della sua personalità. I confronti ai vertici dello sport sono spesso arbitrari, ancor più spesso inaffidabili, raramente giusti, sempre inutili. Mennea è stato un grande atleta, tra i migliori espressi nella storia ultracentenaria dell'atletica e dello sport italiano. Ma l'impresa di Berruti fu, e resta, inclassificabile, insuperata e insuperabile nella sua unicità, filo di lana di desideri inespressi, di una letteratura agonistica eretta a simbolo, di una città ancora sottratta alle volgarità del futuro, di uno sport nazionale immerso nell’eterna ricerca di un posto al sole.

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