Lazio, il Flaminio non si paga da solo
Le banche mettono 283, 6 milioni, i soci 75 prestati senza interessi fino al 2059 e i contribuenti altri 24 La domanda di Bisignani Ma perché la Consob non risponde come Lotito?
Il piano economico finanziario, PEF per gli uffici, è il documento meno fotogenico di un progetto, ma è anche il più sincero. Niente rendering (mal fatti), niente tramonti sul cemento: colonne di numeri in cui chi propone un'opera scrive quanto costa, chi mette i soldi e come li restituirà. Una confessione in partita doppia, direbbe un ragioniere anche poeta. Serve a convincere chi firma che i soldi torneranno. Per il Flaminio ne esiste uno, a corredo della proposta con cui la S.S. Lazio chiede il diritto di superficie per 90 anni: settanta pagine agli atti di Roma Capitale che la società, pur quotata, non risulta avere mai diffuso. E a leggerle si capisce il perché. La presentazione di febbraio va ricordata. Alla domanda su dove arrivino i soldi, prima rispose un'altra domanda: «Ma chi è che fa questa domanda?». Poi la frase rimasta celebre: «Lo stadio si paga da solo». I numeri, quel giorno, non arrivarono: sono arrivati dopo, per via amministrativa, e dicono un'altra cosa.
A pagare lo stadio che si paga da solo provvedono, in ordine di apparizione: le banche, con 283,6 milioni al 6 per cento; i soci, con 75 milioni (79,9 nel foglio ipotesi) prestati senza interessi fino al 2059, da un mecenate di cui il piano non fa il nome; il contribuente, con 24 milioni di contributi pubblici senza ad oggi un atto o un indirizzo politico che li impegni; il credito IVA, per 45. Di tasca propria i proponenti mettono il capitale sociale: 10 milioni su 437,5 di investimento. In proporzione è come comprare casa a 437 mila euro (circa 100 metri quadri a San Giovanni o Gregorio VII) presentandosi dal notaio con un assegno da diecimila mentre si chiede alla banca il resto. Provateci. Da qui il piano tira fuori due rendimenti. Il primo, 13,26%, dice quanto frutta l'opera in sé, sui 437,5 milioni di chiunque siano. Il secondo, 63,86%, dice quanto frutta ai proponenti la loro parte, cioè i 10 milioni. Il gioco è tutto qui: il guadagno si misura sui diecimila portati dal notaio, il mutuo resta sulla casa. Il rischio vero resta alle banche, 283,6 milioni, e alla Lazio che fa da sponda col canone. La rata annua fa 19,76 milioni e la cassa prevista la copre appena, mille euro di entrate ogni mille di rata o poco più (è il DSCR del box); il rimborso poi si trascina: maxi rata da 85,08 milioni rifinanziata fino al 2086, soci al 2114.
Per questo la questione vera è societaria prima che urbanistica. Il veicolo poggerebbe su un club che alla semestrale del 31 dicembre 2025 perde 20,37 milioni, porta 111,3 di debiti netti, capitalizza in Borsa tra 110 e 115, reduce dal mercato bloccato del 2025 e dal saldo zero del 2026. Il piano stesso scrive la propria condizione: una società «da costituirsi da soci privati». Servono soci con milioni veri: chi siano, e con quale informativa al mercato, resta senza uno straccio di risposta. C'è un precedente. L'Arsenal inaugurò l'Emirates nel 2006, meraviglioso, 60 mila posti, 400 milioni di sterline e rate fino al 2031, pur avendo trasformato Highbury in appartamenti: nove stagioni senza trofei, un pezzo pregiato ceduto a ogni estate, da Henry a Van Persie, poi sei anni fuori dalla Champions, 2017-2023. La Lazio partirebbe senza un impianto da vendere, perché all'Olimpico è in affitto, e con un monumento del 1959 firmato Nervi da restaurare. Le taglie giuste, però, stanno altrove. A Liverpool, sponda blu, l'Everton si è fatto lo stadio sul Mersey, oltre 750 milioni di sterline, senza poterselo permettere: bilanci in rosso profondo, otto punti di penalizzazione in una stagione, e a fine 2024 la cessione al gruppo Friedkin. A Bergamo la strada opposta: l'Atalanta ha comprato il suo stadio dal Comune nel 2017 per 8,6 milioni e lo ha rifatto una curva alla volta, continuando a giocarci; nel 2022 i Percassi hanno aperto il capitale a Stephen Pagliuca tenendosi la gestione. Antonio Percassi i marchi li fa vivere di mestiere: ha fondato Kiko, ha portato Starbucks in Italia.
Risultato: Europa League nel 2024 e Champions diventata abitudine, oltre a un fatturato il doppio della Lazio nonostante bacino e storia ben lontani, e utile di bilancio. Resta un'ipotesi, dichiarata come tale. Che il piano non debba stare in piedi, e che chi lo ha depositato lo sappia; una vetrina di numeri per alzare il cartellino in vista di una cessione sempre meno improbabile. Il difetto: presuppone un mercato pieno di gonzi pronti a pagare il listino. Solo che chi compra club legge le semestrali prima dei comunicati. E vede il numero che nessun fascicolo contiene: i tifosi che dovrebbero riempire lo stadio di domani hanno smesso di entrare in quello di oggi, circa 2500 abbonamenti ad agosto inoltrato contro i quasi 30 mila dell'anno scorso.
Diserzione come ultimo, estremo atto d'amore. E chi deve comprare legge anche giornali e social media, ma sulla comunicazione già questo giornale ha steso un velo pietoso. La valutazione di chi scrive, dichiarata: così finanziato, il Flaminio è un cappio a scadenza 2114, col canone da 4,5 milioni l'anno fino al 2044 e le risorse dirottate dal campo al cantiere, per uno stadio non certo all'avanguardia. A Bergamo il socio lo è andato a scegliere uno che di commercio vive; a Formello si rivendica «capacità di fuoco» dopo vent'anni quasi senza sponsor, fino a Polymarket finita nelle liste di blocco dei Monopoli. Lo stadio che si paga da solo, per ora, ha soltanto presentato il conto agli altri. Nel piano depositato il capitale vero è il 2,3 per cento del totale.
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