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Arbitri, lo strano caso dei telefonini non sequestrati e quei dubbi su un doppio standard

Foto: Lapresse

Paolo Pandolfini
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La Procura di Milano ha chiesto questa settimana l’archiviazione per Gianluca Rocchi, l’ex designatore degli arbitri di Serie A e Serie B indagato per concorso in frode sportiva. Dopo oltre un anno di indagini, i magistrati milanesi hanno concluso che non esiste un "sistema" strutturato volto ad alterare le partite o a favorire l’Inter attraverso le designazioni arbitrali. Nel provvedimento di archiviazione, firmato dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Gianluca Ascione, si dà anche atto del mancato sequestro dei cellulari degli indagati, a causa del “clamore mediatico” che ha accompagnato l'indagine fin dall'inizio L’inchiesta nasce da lontano, ben prima dell’esposto presentato dall’ex assistente arbitrale Domenico Rocca. Secondo quanto emerso, la Procura stava già indagando da oltre un anno sull’ipotesi che Rocchi potesse aver interferito con il sistema delle designazioni arbitrali e con alcune decisioni VAR. Gli episodi contestati nel campionato 2024-25 erano tre: la designazione di Andrea Colombo per Bologna-Inter, ritenuto arbitro “gradito” ai nerazzurri; la presunta “schermatura” di Daniele Doveri in occasione della semifinale di Coppa Italia Inter-Milan, per evitare che potesse dirigere gare successive più sensibili per l’Inter; le presunte interferenze nella sala VAR durante Udinese-Parma. Nelle intercettazioni, Rocchi parlava di “loro” riferendosi ai gradimenti o mancati gradimenti delle squadre rispetto agli arbitri. Ma nel corso degli interrogatori l’ex designatore ha sostenuto che non si trattava di pressioni dirette, bensì di "umori" raccolti attraverso i referenti arbitrali dei club, i media, i social e il contesto calcistico generale.

La Procura, alla fine, ha ritenuto che questi elementi non fossero sufficienti a dimostrare una frode sportiva. Nel decreto di archiviazione si parla di “vuoto probatorio”, di ipotesi e illazioni non supportate da prove concrete di un accordo illecito volto a turbare la regolarità delle gare. È impossibile leggere questa vicenda senza tornare con la memoria al 2006 quando esplose "Calciopoli", l'inchiesta che travolse il calcio italiano e portò alla retrocessione della Juventus e alla revoca di ben due scudetti. Le analogie con il caso Rocchi sono evidenti, con il tema delle designazioni arbitrali, i rapporti tra dirigenti dei club e vertici arbitrali, il sospetto che alcuni arbitri fossero più “graditi” di altri. Ma le differenze, sul piano probatorio, sono altrettanto decisive. In Calciopoli emerse un patrimonio enorme di contatti frequenti. Nel caso Rocchi, invece, la Procura ha ritenuto che non vi fosse la prova di un accordo illecito né di un sistema organizzato per alterare le partite. Nel decreto di archiviazione, i magistrati sottolineano che i telefoni dei protagonisti non sarebbero stati sequestrati perché il clamore mediatico suscitato dall’inchiesta avrebbe reso inutile o compromesso l’utilizzo di quel mezzo di ricerca della prova. Una spiegazione che lascia perplessi.

In qualunque indagine in cui al centro vi sono rapporti personali, contatti, pressioni o accordi, il telefono cellulare è la fonte principale di prova: chiamate, messaggi, chat, email, applicazioni di messaggistica, contatti cancellati, cronologie. Rinunciare a quel materiale significa, inevitabilmente, rinunciare a una parte potenzialmente decisiva della ricostruzione. Senza acquisire quei dispositivi, quella verifica non è mai stata compiuta fino in fondo. Se il clamore mediatico basta a impedire un sequestro si rischia di affermare il principio che più un’inchiesta è pubblica e rumorosa, meno è possibile utilizzare gli strumenti investigativi ordinari. È una logica difficile da comprendere. La sensazione, inevitabilmente, è quella di un doppio standard. In molte altre inchieste - non solo sportive - il sequestro dei telefoni è quasi automatico: si acquisiscono dispositivi, si estraggono dati, si analizzano chat e contatti, si ricostruiscono relazioni. Nell'inchiesta sull'ex zar delle nomine al Consiglio superiore della magistratura, il pm romano Luca Palamara, per ironia della sorte il titolare del fascicolo su "Calciopoli", i messaggi contenuti nel suo telefono sequestrato nell'ambito di una indagine per corruzione, furono addirittura utilizzati anni dopo per le “valutazioni di professionalità” dei magistrati che chattavano con lui. A scanso di equivoci ed eventuali querele togate, ciò non significa che l’indagine sia stata condotta male o che l’archiviazione sia ingiustificata. Significa solo che resta un vuoto che alimenta dubbi, soprattutto in un Paese che ha vissuto Calciopoli. La credibilità di un’inchiesta non dipende solo dall’esito finale ma anche dalla percezione che tutti gli strumenti disponibili siano stati utilizzati per cercare la verità.

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