Alex Schwazer, la difesa impossibile: perché il "campione C" è inutilizzabile
Una provetta senza sigilli, prelevata in violazione del protocollo internazionale e trasportata senza garanzie di refrigerazione. È su questo elemento che la difesa del marciatore altoatesino Alex Schwazer ha costruito la propria linea tattica nel caso di presunta positività all'Eritropoietina. Una strategia che si scontra con le norme internazionali antidoping - le quali non riconoscono alcun valore probatorio a campioni raccolti fuori dalla catena di custodia ufficiale - e che molti osservatori giudicano destinata a non produrre risultati sul piano giuridico.
Più si entra nel dettaglio tecnico e procedurale della vicenda, più la tesi di una manipolazione esterna appare difficile da sostenere. Non perché condotte scorrette nel mondo dell'antidoping siano impossibili in assoluto. Ma perché, in questo caso specifico, le condizioni perché un'eventuale interferenza sia avvenuta sarebbero quasi impossibili da soddisfare tutte insieme.
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L'Eritropoietina - l'Epo - non si rileva con le analisi chimiche tradizionali, bensì attraverso metodi di elettroforesi affinati nel corso di venticinque anni di controlli sistematici. Secondo quanto riportato dal “Corriere della Sera”, gli esperti del settore sono pressoché unanimi: i casi di falsa positività o di positività non confermata in controanalisi sono statisticamente trascurabili. Il laboratorio di Colonia, che ha processato i campioni di Schwazer, è tra le strutture accreditate più autorevoli al mondo in materia antidoping. Non si tratta di un laboratorio qualunque, scelto a caso: è il punto di riferimento tecnico per decine di federazioni internazionali.
La struttura stessa del prelievo rende la manipolazione un'impresa di complessità straordinaria. Il sangue passa direttamente dalla vena dell'atleta alla provetta sigillata, analizzata poi attraverso cromatografia liquida accoppiata a spettrometria di massa, senza alcun intervento umano intermedio. La catena di custodia è progettata esattamente per questo: azzerare i margini di interferenza esterna, rendere ogni passaggio tracciabile, ogni anomalia rilevabile.
Ancor più arduo sarebbe contaminare contemporaneamente sangue e urine prelevati nello stesso momento dallo stesso atleta, ottenendo la medesima percentuale di positività su entrambi i campioni. Un risultato del genere richiederebbe una sofisticazione tecnica e una disponibilità di risorse difficilmente immaginabili nel quadro di un doping somministrato a tradimento, cioè di una sostanza introdotta nei campioni di un atleta inconsapevole da mani esterne. Chi volesse davvero incastrare Schwazer dovrebbe essere in grado di replicare in laboratorio condizioni che la scienza antidoping ha costruito apposta per essere irreplicabili.
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Eppure è proprio questa la direzione in cui si è mossa la difesa del marciatore altoatesino, già squalificato per doping nel 2012 - vicenda per la quale ha scontato la pena, chiedendo scusa pubblicamente - e poi riammesso alle competizioni dopo un percorso di riabilitazione che sembrava destinato a chiudersi con la partecipazione ai Giochi Olimpici di Tokyo. Un percorso che la nuova positività ha brutalmente interrotto, rendendo ancora più difficile, sul piano della credibilità pubblica, sostenere la tesi di una persecuzione sistematica.
Il punto più debole della linea difensiva riguarda però il cosiddetto "campione C". Stando alle ricostruzioni del quotidiano di via Solferino durante il controllo antidoping del 26 aprile Sandro Donati - presente alla gara in qualità di osservatore, sebbene non alleni più Schwazer da anni - avrebbe ottenuto dall'ispettore Nada incaricato del prelievo il contenitore residuo delle urine dell'atleta, dopo il regolare riempimento delle provette A e B destinate ad analisi e controanalisi. Una concessione che, se confermata, violerebbe apertamente il punto 7.4.12 della procedura internazionale di controllo delle urine, il quale impone la distruzione immediata del residuo alla presenza dell'atleta stesso. Se la ricostruzione fosse provata, la condotta dell'ispettore coinvolto potrebbe essere oggetto di valutazione disciplinare da parte degli organi competenti, secondo le procedure previste dalla normativa internazionale antidoping.
Quel campione, una volta uscito dalla catena di custodia ufficiale, cessa di avere qualsiasi rilevanza giuridica. È privo di sigilli, privo di qualsiasi documentazione attestante il mantenimento della catena del freddo durante il trasporto - condizione indispensabile, perché senza adeguata refrigerazione l'Epo nelle urine degrada rapidamente, rendendo il campione inutilizzabile anche sul piano scientifico - e privo di qualsiasi riconoscimento formale da parte degli organi competenti. Presentarlo come elemento di prova alternativo non è ammissibile sul piano regolamentare. Resta da valutare, nelle sedi competenti, quale peso attribuire alla sua esistenza sul piano della ricostruzione dei fatti: le norme internazionali antidoping riconoscono esclusivamente i campioni A e B consegnati dagli ispettori, sigillati e controfirmati dagli atleti stessi al momento del prelievo.
La proposta avanzata dalla difesa di Schwazer — subordinare le controanalisi ufficiali all'esame contestuale del campione C — appare difficilmente praticabile sul piano regolamentare. Accettarla significherebbe spalancare una falla nell'intero sistema: chiunque potrebbe presentarsi a un controllo antidoping con un campione alternativo conservato in proprio, vanificando decenni di protocolli costruiti apposta per essere a prova di manipolazione.
C'è un elemento che non può essere ignorato nel valutare questa vicenda, e che non riguarda la chimica né il diritto procedurale: il precedente del 2012. Schwazer fu trovato positivo all'Epo in quell'occasione, ammise la propria responsabilità, scontò la squalifica e tornò a gareggiare. Quella storia non è una prova di colpevolezza nella vicenda attuale - nessun sistema giuridico funziona per analogia - ma rende oggettivamente più impervia la strada di chi sostiene che il marciatore sia vittima di un disegno ordito ai suoi danni. La credibilità, nel diritto come nell'opinione pubblica, si costruisce nel tempo e si perde con difficoltà doppia a recuperarla.
Sul versante sportivo, la rinuncia alla difesa comporterebbe una condanna automatica, con una nuova squalifica che chiuderebbe definitivamente la carriera agonistica di Schwazer. Su quello penale, la Procura di Francoforte ha avviato le proprie indagini indipendenti: se gli investigatori riterranno attendibili i referti prodotti dal laboratorio di Colonia, dovranno ricostruire - come già avvenne quattordici anni fa - i canali e le modalità attraverso cui la sostanza sarebbe stata eventualmente procurata, con ogni probabilità richiedendo la collaborazione delle autorità giudiziarie italiane.
La strada per dimostrare un'interferenza esterna sui campioni esiste, in teoria. Ma passa per argomenti tecnici solidi e verificabili, non per una provetta raccolta fuori protocollo, senza sigilli e senza catena del freddo. Il sistema antidoping, con tutti i suoi limiti, è stato costruito apposta per resistere alle narrazioni. E in questo caso sembra reggere.
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