Agorà Lazio, Gianluca Teodori: il futuro è un'incognita senza soldi e competenze
Solo cessioni all'orizzonte, la ricerca avventurosa di soluzioni al mercato a saldo zero, ma la proprietà trova tempo e risorse per acquistare la Reggina. Ovvero l'ennesimo ceffone alla piazza.La Lazio è il principale asset del Senatore Claudio Lotito, ma tra una cosa e un'altra finisce sempre in coda alle sue priorità. Prima la faccenda elettorale in Calabria, poi forse si penserà alla Lazio, confinata in una visione sconcertante: un'impresa senza un prodotto, la squadra, e senza una clientela, i tifosi.
Inanimata, isolata dal mondo, col deserto attorno. Questa è la nostra storia oggi, non aggiungo l'espressione coniata dal proprietario in uno dei suoi exploit telefonici più eclatanti, un deserto della ragione e dei sentimenti.
C'è poco da fare comunicati con l'AI quando gli ultimi anni ci hanno regalato eterni indici di liquidità, allafacciadellagestione virtuosa di certi racconti. Prima del sogno sostenibile, storie di falconieri lussuriosi, spericolati profili social dirigenziali, caldaie che funzionano un po' e un po', tristissimi pinguini senza amici in uno stadio desolato, telefonate di morti di fame, Sarri che ha fatto scappare mezza squadra. Sembra una comica, è una tragedia per contenuti e immagine.
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Il blocco del mercato l'anno scorso e stavolta il saldo zero dicono che alla Lazio oggi mancano i mezzi, anche se le narrazioni lotitiane sbandierano solidità patrimoniali e immobiliari e sbarchi a Wall Street. Mancano idee e competenze, se gli interpreti di oggi non avvicinano lontanamente Immobile, Luis Alberto, Sergej o Felipe. La proprietà cerca occasioni e scommesse, esortando Gattuso a lavorare su cotanto patrimonio tecnico ignorato e deprezzato da allenatori scemi. Ma si gioca un Mondiale a 48 squadre senza un solo biancoceleste in campo. Il settore giovanile e l'Academy sono un mistero biblico. Il Flaminio, col suo naming, sembra un emblema. Incolto e pericolante, Lotito lo considerava un bagno pubblico. Ora è la nuova arma di sfinimento, la barricata estrema per dilatare il suo tempo: un prevedibile pantano decennale tra archeologia e burocrazia, cavilli, battaglie legali e politiche.
Ignora forse, il proprietario della Lazio, che 40 anni fa la Roma di un senatore DC più potente di lui, l'ing. Dino Viola, sotto l'ala di Andreotti, non riuscì a fare il suo stadio con soldi veri, la Coppa dei Campioni e senza eredi Nervi o sovrintendenze alle costole. Oforse non lo ignora, Lotito, visto che qualcuno gli attribuisce simpatie giallorosse all'epoca. L'epoca in cui chi scrive viveva da ragazzino questa caspita di storia ed era pronto a perdonare anche il crac a Giorgio Chinaglia, idolo, presidente disastroso ma folle d'amore, con l'orgoglio e la speranza di un domani migliore.
Alla Lazio lui ha davvero dato tutto,ilcontrario rispetto a Lotito, che dalla Lazio ha avuto fama, visibilità, potere, riservando spesso ai laziali toni furibondi, scelte dispettose e inspiegabili nell'ammirazione sarcastica dei romanisti, un crescendo fino ai più recenti, insopportabili insulti. Daprofessionista, in questa caspita distoria chi scrive ha conosciuto Gianmarco Calleri. Tracotante all'inizio, innamorato alla fine della sua Lazio, con i conti in ordine senza i soldi sicuri dei diritti Tv. O Sergio Cragnotti, spesso indicato come padre di tutti i debiti, nella lunare narrazione presidenziale. O Ugo Longo, che qualcuno ha chiamato Coso. Il tempo è scaduto. 22 anni senza mai un vero sogno nel calcio sono un ergastolo. Nessuno lo nega, con Lotito la Lazio ha vinto anche cose importanti.
Ma il presente è una burla e il futuro un'incognita. Questa caspita di storia attende solo un nuovo capitolo.
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