Agorà Lazio, l'incapacità di creare consenso attorno a una bandiera storica
«D’amore nun se more, ma se sta male». Questo antico detto romano esprime e sintetizza come meglio non si potrebbe il momento attuale della gente laziale, che sta male per amore. Per amore, si sa, a volte si chiudono gli occhi ed in questi ventidue anni di «Lotitismo» li abbiamo chiusi molte volte, troppe forse. Lo abbiamo fatto ogni volta che ci è stato rinfacciato di essere stati presi ad un funerale e salvati dalla morte, oppure quando ai nostri sogni è stato detto di non avere la dignità di essere sognati, perché sequestrati nella gabbia deprimente e fredda di fantomatiche solide realtà. Abbiamo chiuso gli occhi ogni volta che ci è stato rinfacciato il pagamento dei debiti, come se questi debiti non li avessimo in realtà pagati noi, direttamente, andando allo stadio e comprando i prodotti Lazio e indirettamente, abbonandoci alle diverse piattaforme televisive e digitali (i bilanci parlano per noi). Così come li abbiamo chiusi quando la nostra storia ultracentenaria è stata ripetutamente schiaffeggiata e trattata come una storia modesta, senza gloria, senza ambizione, oppure quando siamo stati scherniti perché sappiamo parlare «soltanto» di pallone. Ultimamente siamo stati anche presi a parolacce (così come la nostra storia), ma ormai i nostri occhi sono aperti.
Claudio Lotito ha dimostrato di saper gestire la crisi, di sapersi barcamenare nella gestione della stabilità, ma di essere totalmente incapace di creare sviluppo, di ampliare il respiro e la visione attraverso sinergie, partnership, accordi, investimenti. Nel 2004 il bilancio della Lazio parlava di un fatturato intorno agli 80 milioni e oggi racconta di circa 140 milioni, ossia una crescita fisiologica in linea più o meno con l'inflazione annuale e dovuta prevalentemente all'aumento dei diritti televisivi, non certo al risultato di grandi investimenti e operazioni finanziarie e tecniche. Lotito ha rilevato una Lazio che nei dodici anni prima di lui aveva mediamente viaggiato al quarto posto vincendo uno scudetto, coppe nazionali ed europee. La sua Lazio viaggia ad una media del settimo posto non avendo mai lottato per vincere lo scudetto, non avendo mai lottato per vincere in Europa, avendo vinto alcune coppe nazionali (tra cui quella del 26 maggio 2013, da non dimenticare). La sua solida Lazio ogni anno ha duellato (spesso perdendo) con l'indice di liquidità, fino ad aver subito l'onta di vedere il suo mercato bloccato per non aver rispettato tutti i parametri possibili (indice di liquidità, indice di indebitamento, costo del lavoro allargato). E di fronte a questo non si è pensato di ingegnarsi per ampliare le entrate, ma ci si è limitati a gestire al risparmio quello che si aveva.
Ma quel che è più grave, Claudio Lotito ha dimostrato di essere incapace di creare ciò che tutto lega e sostiene: il consenso. Per essere amati occorre saper amare, per essere rispettati si deve essere capaci di rispettare, per essere ascoltati si deve saper ascoltare e purtroppo, così come Don Abbondio non ha il coraggio, Lotito ha dimostrato con i suoi comportamenti di non avere niente di tutto questo (o se lo ha, lo nasconde molto bene). Lotito ha il diritto di rimanere al comando della Lazio, ma quando si acquisisce questo diritto negli uffici notarili, si acquisiscono nelle stanze dei sentimenti anche una serie di doveri nei confronti della storia, delle ambizioni, della cultura, dei ricordi, delle lotte, delle lacrime e dei sorrisi che la gente laziale ha vissuto e si tramanda di generazione in generazione nel corso della sua storia, che non merita di essere trattata male. Vorrei (parlo in prima persona perché non mi arrogo il diritto di rappresentare gli altri) un leader nel quale mi riconosca, un leader che mi difenda, che mi rappresenti, che abbia le mie ambizioni, e che, se proprio dovesse parlarmi con uno slogan, mi accendesse il cuore dicendomi «Costruisco solide realtà per realizzare insieme grandi sogni».
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