Agorà Lazio, Gabriele Paparelli: siamo al punto di non ritorno
Caro Direttore, prima di tutto consentimi di ringraziarti per l'attenzione che stai dedicando alla Lazio. Mi dai la possibilità di esprimere un pensiero che non so quanto possa valere, ma che cerco di portare avanti con tutta l'umiltà di cui sono capace. Stavolta mi sento di parlare anche a nome di mio padre, perché papà è morto da tifoso della Lazio. Non era lì per caso, quel giorno. Era lì perché coltivava una passione viscerale, un amore così profondo da farlo rinunciare anche a eventi importanti per la famiglia, pur di andare a vedere il derby e difendere la Lazio. È a nome suo, oltre che mio, che oggi prendo la parola.
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E mai, davvero mai, avrei immaginato di dover leggere il comunicato uscito in queste ore. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Il presidente della Lazio ci sta togliendo le forze di dosso, e credo che questo sia il dolore più grande che la nostra parte di città stia attraversando. Un dolore che, alla lunga, rischia di consegnare alla storia Lotito come l'uomo che ha fatto più male a questo glorioso club. Non riesco a capire perché voglia arrivare a questo.
Se ce l'avessi davanti, la domanda che gli porrei sarebbe semplice: perché, presidente? Perché sta facendo tutto questo a una società che ha sempre portato avanti valori, educazione, amore per la propria storia?
Siamo stati sempre legati al passato, abbiamo sempre onorato chi non c'è più. Lo dico anche perché mio padre, da quasi mezzo secolo, viene ricordato ogni anno. È qualcosa che noi abbiamo dentro, profondamente, e che lui sta cercando di portarci via. Non ci riuscirà mai.
C'è poi un'altra preoccupazione che voglio condividere, quella per le generazioni future. Sono figlio di un tifoso, ma sono anche genitore di Giulia, che ha 14 anni. Lei soffre il fatto di non poter andare allo stadio, e per fortuna è grande abbastanza, riesce a comprendere quello che sta accadendo. Il problema vero sono i bambini più piccoli, quelli che vorrebbero sventolare la bandiera e non possono. Noi genitori oggi facciamo un lavoro doppio rispetto a quello che facevano i nostri padri.
Papà ci portava allo stadio e noi eravamo spensierati, tutti cuginetti che si divertivano. Era un gioco, prima ancora che una partita. Ricordo che ci sistemavamo sotto il parterre della Curva Nord, giocavamo a pallone con palline fatte di carta. Eppure è proprio quello che ci ha portato ad amare quell'ambiente, ci ha resi laziali nel profondo.
Adesso, queste sensazioni si stanno perdendo. Quelle fotografie si stanno perdendo. Il bambino di oggi, tra quindici anni, non avrà nessun ricordo di sé stesso che si diverte allo stadio. Tocca ai laziali veri, con la L maiuscola, fare un lavoro enorme per trasmettere comunque la lazialità ai più piccoli, magari portandoli a vedere le partite nei pub. Sarà così. Ci incontreremo in pub gremiti e ci divertiremo lo stesso, perché i laziali quando stanno insieme sono forti, sono invincibili. Però è chiaro che, intanto, ci stanno togliendo la bellezza di entrare in un impianto e di vedere quel prato verde che ci fa battere il cuore.
Siamo arrivati, ripeto, a un punto di non ritorno. Bisogna prendere decisioni forti per far capire a questo presidente che noi vogliamo soltanto tornare a essere rispettati in quanto laziali. Non chiediamo chissà cosa: chiediamo soltanto che vengano rispettate le nostre tradizioni e i nostri ricordi. Chiediamo che non venga dimenticato Pulici, che non venga dimenticato Lovati. Chiediamo che ogni domenica vengano ricordati leggende di questo spessore.
Chiediamo che la nostra storia venga onorata. Perché la nostra storia è fatta di personaggi che ci hanno regalato gioie, e anche di tifosi che ci hanno reso orgogliosi di essere laziali. Persone così hanno dato la vita per questa maglia, e i loro valori non si possono buttare via solo perché qualcuno ha deciso che il male della Lazio siamo noi.
Noi non siamo il male della Lazio, presidente. Noi siamo il bene della Lazio. Siamo i suoi tifosi, l'anima di questa società da 126 anni. Senza di noi, la Lazio muore.
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