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Visto? La Roma è in mani sicure

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Maarten Stekelenburg

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Paolo Conti, lo sa che uno come lei non ci sarebbe stato male in questa Roma? «Non saprei». Una delle sue caratteristiche era proprio l'uso dei piedi che Luis Enrique chiede ai suoi portieri. «È vero, ma ormai quasi tutti giocano così. Il calcio moderno ha imposto una simile evoluzione». Le piace la nuova Roma? «In questo momento è una promessa che cerca di affermarsi. Secondo me, può farcela. Il gruppo dirigenziale è validissimo e quello dei giocatori è molto interessante. È un progetto che merita attenzione». E Stekelenburg? «Il suo curriculum di tutto rispetto dice tutto». Ovvero? «È un ottimo portiere». Che sensazioni le dà? «Molto positive: ricopre il ruolo con grande autorità, è reattivo e sicuro. Non è un caso che sia il portiere dell'Olanda e che abbia giocato la finale di un Mondiale. Così come non lo è il fatto che sia cresciuto in un club come l'Ajax. Insomma, la Roma ha un signor portiere». Se lei, durante la scorsa estate, fosse stato il direttore sportivo della Roma alla ricerca di un portiere come si sarebbe mosso? «Più o meno come Sabatini. Avrei tentato di acquistare Viviano e dopo mi sarei buttato su Stekelenburg». Kameni e Romero li avrebbe presi? «Li avrei sicuramente seguiti. La mia scelta finale, però, sarebbe stata sempre Stekelenburg». Buffon lo avrebbe comprato? «Assolutamente sì. Gigi è un fenomeno ed è ancora il più forte portiere del mondo». Anche se, come sussurra qualche maligno, ultimamente ha avuto qualche acciacco di troppo? «Lo avrei preso senza nessun dubbio e lo comprerei a scatola chiusa anche tra due o tre anni». Parliamo degli altri portieri della Roma: di Curci che ne pensa? «Ha qualità importanti e l'età dalla sua parte. A 26 anni, ai miei tempi, si esordiva a malapena in serie A. Se fossi un ds di una squadra di A, punterei molto su uno come lui». Non pensa che l'ultima sfortunata esperienza con la Sampdoria possa aver bloccato la sua maturazione? «No, può essergli servita da lezione e può avergli dato gli stimoli giusti per riscattarsi». Come giudica Lobont, l'unico superstite alla «rivoluzione» nella porta romanista? «Un buon portiere, uno che può fare benissimo la serie A. Il ruolo che occupa gli calza a pennello. In carriera è stato un po' frenato dagli infortuni, ma è riuscito comunque ad essere il titolare nella nazionale romena ed arrivare in squadre come Ajax, Fiorentina e Roma. A certi livelli non ci si arriva mica per caso». Doni e Julio Sergio, invece, non sono più a Roma... «Doni per molti anni è stato un portiere affidabilissimo. Uno dei migliori in Italia e una presenza importante per la Roma. Nell'ultimo periodo non è stato quello di prima, ma è stato anche criticato oltre misura. Alla fine ha fatto bene a cambiare aria. Julio Sergio è uno che si è costruito passo per passo la sua carriera. Lo ha fatto con la serietà, con l'impegno e continuando ad imparare, e quindi a migliorare, con il tempo». Portieri a parte, chi le piace di questa Roma? «Osvaldo è stata una sorpresa. Non me lo ricordavo così determinante. Lamela, poi, è un fuoriclasse. Qualche anno fa lo andai a vedere in Argentina. Almeyda mi disse "è un Kakà mancino", io gli risposi che era anche più forte. Kakà, alla sua età, non era così forte». E Luis Enrique? «Sì, mi piace ma deve "italianizzarsi" un pochino». Che ricordo ha di Sabatini, suo ex compagno di squadra nella Roma? «Un'ala che oggi farebbe la differenza. Frizzante, vivace, rapido e tecnico». Cosa pensa del Sabatini ds? «Una persona competente che conosce perfettamente il calcio. La Roma, per lui, è un punto d'arrivo meritato». Per lei cos'è ancora la Roma? «Un sacco di cose. Roma e la Roma mi hanno dato tanto e aiutato a crescere».

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