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Il giochino piace ma rischia di rompersi

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emolto. Il rischio però è quello di romperlo. La Roma in questo momento sembra un ampolla di cristallo che contiene un po' tutto (potere, ambizione, voglia di emergere, fame di riscatto) e a forza di tira e molla rischia di infrangersi al suolo con sommo rammarico dei contendenti: ma soprattutto del popolo romanista. Venerdì Unicredit ha ufficializzato la data del closing (29 luglio) senza fare però i conti con l'oste americano. L'accordo non è ancora fatto, anzi c'è il serio rischio che qualcosa si possa incagliare ancora. C'è, perché la possibilità di andare avanti in questo affare è legato anche alla disponibilità e alla voglia delle persone: questione di atteggiamento. L'istituto di credito al momento sembrerebbe fermo sulle sue posizioni, mentre gli americani cercano un dialogo per arrivare alla chiusura vera di una trattativa durata fin troppo. Molto probabilmente se DiBenedetto & Co. non avessero già speso poco meno di dieci milioni di euro, avrebbero già rinunciato ad acquistare la Roma. Un raffreddamento causato anche dall'interruzione del Factoring (ossia degli anticipi concessi dalla banca alla Roma per fare mercato - senza soldi non si compra nessuno - e tutto il resto: denaro del quale rientrerebbe, con gli interessi ovviamente, grazie agli introiti di diritti tv e sponsor). Nessuno al momento ha detto «no», ma gli umori non sono più quelli avvolti nel buonismo e nel «volemose bene» dei mesi scorsi: anzi. E il fatto che tutto ciò avvenga in questo momento di rivoluzione, o meglio di costruzione, non fa bene a nessuno. La Roma è tutt'altro che ripartita, ma è un cantiere aperto nel quale ingegnere e architetto, difficilmente resterebbero qualora cambiassero i referenti che li hanno voluti a Roma. Basta una scossa e rischia di tornare tutto giù per terra. Il concetto di massima sembra abbastanza chiaro, così come il fatto che il 29 luglio il closing difficilmente, a queste condizioni, si potrà fare: motivo per il quale DiBenedetto non sarà a Roma domani, mentre arriveranno i due manager Pannes e Barrow. Sarà proprio dalle loro impressioni e dalle risposte che sapranno dare, che DiBenedetto & Co. decideranno se restare dentro o chiamarsi fuori: difficile, ma non improbabile vista l'aria che tira. Gli americani faranno la «super-ricapitalizzazione» che l'attuale situazione della Roma impone, ma non si aspettavano di trovarsi davanti a un muro. Ma attenzione, perché se la trattativa con gli americani dovesse saltare davvero, le cose poi rischierebbero di precipitare per la gioia di molti. Non della banca ovviamente (che comunque si è già fatta i suoi conti sulla possibilità di tenere la Roma da sola: «Si può fare» ha detto qualcuno), ma dei molti detrattori che nel corso di questi lunghi mesi non hanno mai smesso di mandare «siluri» ai futuri proprietari della Roma. Basterebbe che ognuno si limitasse a fare il suo: DiBenedetto & Co. a fare gli imprenditori, la banca a fare la banca. Tiz

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