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La casa degli spiriti, la serie tv tra passione e realismo magico

Foto: Ansa

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Per chi continua ancora a emozionarsi davanti alla scrittura di Isabel Allende e ai mondi sospesi tra memoria e magia che abitano i suoi romanzi, arriva una nuova occasione per immergersi nel suo universo narrativo. La serie "La casa degli spiriti", disponibile su Prime Video in otto episodi, riporta sullo schermo una delle saghe familiari più amate della letteratura contemporanea, intrecciando passioni, conflitti politici, destino e realismo magico in un racconto che attraversa generazioni.

Il romanzo pubblicato nel 1982 è infatti molto più di una semplice saga familiare. È una grande allegoria politica dell’America Latina del Novecento, un racconto in cui memoria privata e storia collettiva si intrecciano continuamente. Dentro ci sono la narrativa con tratti soprannaturale che abbiamo legato a quella parte di mondo, la lotta di classe, la violenza del potere, il femminile come forza spirituale e il trauma delle dittature sudamericane. Elementi che la nuova serie riesce finalmente a sviluppare con maggiore respiro.

La storia segue tre generazioni di donne della famiglia Trueba-del Valle nell’arco di quasi un secolo, in un Paese sudamericano conservatore che richiama chiaramente il Cile del Novecento senza mai nominarlo apertamente.

Fin dalle prime puntate emerge la volontà di restituire centralità alle figure femminili della famiglia. Clara, Blanca e Alba non sono più soltanto presenze simboliche o romantiche, ma diventano veri nuclei narrativi attraverso cui passa il senso profondo della storia. La regia insiste sulla dimensione sospesa tra realtà e soprannaturale: visioni, presenze, intuizioni e memorie si intrecciano in un linguaggio visivo elegante, mai eccessivo, che riesce a non trasformarlo in semplice artificio estetico.

La serie sceglie inoltre un tono meno teatrale e più intimista rispetto al film del 1993 diretto da Bille August. Quel film, pur sostenuto da un cast davvero impressionante: Meryl Streep, Jeremy Irons, Glenn Close, Winona Ryder e Antonio Banderas, finiva infatti per privilegiare il melodramma romantico e la dimensione epica della saga familiare, sacrificando parte della complessità politica del romanzo.

Ciò che colpisce maggiormente è però il diverso rapporto con il tempo narrativo. Il romanzo della Allende vive di memoria, genealogie e continui ritorni tra passato e presente. Il formato seriale permette ora di rispettare questa struttura circolare, quasi orale, che il cinema aveva inevitabilmente condensato. Alcuni episodi sembrano costruiti più sull’atmosfera e sulle relazioni che sull’azione vera e propria, restituendo alla storia una profondità emotiva molto vicina alla pagina scritta. La stessa Allende ha visto tutti gli episodi prima dell’uscita ed è rimasta colpita da quanto gli attori somigliassero ai personaggi così come li aveva immaginati arrivando a dire «Tutto nella serie mi ricorda il libro originale, così come lo avevo immaginato».

Naturalmente non tutto funziona allo stesso livello. In alcuni momenti la serie indulge in una fotografia troppo estetizzante. Ma nel complesso il progetto riesce dove molti adattamenti letterari falliscono: non limitarsi a illustrare il libro, ma reinterpretarlo attraverso il linguaggio contemporaneo della serialità.

Il confronto con il film del 1993 resta inevitabile. Quella versione aveva il fascino del grande cinema internazionale di quegli anni e una potenza attoriale difficilmente replicabile. La serie, però, possiede qualcosa che il film non poteva avere: il tempo necessario per respirare insieme ai personaggi e lasciare che la storia si depositi lentamente nello spettatore.

Ed è forse proprio questa la differenza più importante. Il film raccontava soprattutto una tragedia familiare. La serie, invece, prova a raccontare un mondo.

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