Ascensore bruciato due anni fa e mai ripartito: "Noi invalidi reclusi"
Da due anni nella palazzina Ater al civico 46 di via Federico Borromeo, a Primavalle, ci sono famiglie prigioniere nel proprio appartamento. Tutta colpa dell’ascensore che, a febbraio del 2024, è stato danneggiato dalle fiamme divampate in un’abitazione al piano terra e che da allora non è ripartito, nonostante sia stata data una mano di vernice per coprire la fuliggine. A pagarne le conseguenze sono 12 famiglie tra cui quella di Marco Brancatisano, 51 anni, e la moglie Loredana Guidoni, che di anni ne ha 54 e ha un’invalidità civile al 100%: «La situazione qui sta diventando insostenibile, siamo tenuti in ostaggio da questo ascensore».
Se fino a dicembre del 2024 Loredana riusciva a scendere i due piani di scale che la separano dall’uscita del palazzo, ora non può più: «Prima riuscivo a uscire ogni tanto, facevo le scale piano piano, ma poi la fisiatra mi ha detto che è pericoloso». E ora quell’ascensore è diventato un aguzzino, immobile e minaccioso, con i segni del fuoco ancora impressi sul metallo. Due anni fa - ricostruiscono gli inquilini - chi abitava al piano terra ha appiccato il rogo dopo un litigio. L’incendio si è mangiato l’appartamento e le fiamme hanno bruciato la facciata, mettendo ko l’ascensore.
Video su questo argomento Massimiliano Gobbi
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«Se fosse stata una situazione passeggera l’avremmo sopportato, invece è la normalità e non è dignitoso», Marco Brancatisano è esasperato, da solo non riesce a portare sua moglie fuori dal palazzo. Per non parlare di quando c’è la necessità di fare delle visite mediche: «Il 31 maggio è stato necessario ricoverarla, hanno avuto difficoltà anche gli operatori dell’ambulanza. Così non è giusto». Tra chi è rimasto prigioniero ci sono anche due anziani, una è stata operata al femore e salire al terzo piano è complesso: la stampella poggiata lentamente, la mano sempre sul corrimano per non scivolare e il carrello della spesa da sollevare gradino per gradino. «Devo fare un passo alla volta per riuscire a portarlo su», racconta. Per lei, come per Loredana, le scale sono diventate un confine insuperabile. A non essersi fermato, però, è il pagamento dell’ascensore, che gli inquilini raccontano essere una voce sempre presente nelle bollette.
Una situazione che si ripercuote anche sulla serenità di chi è bloccato in casa, tra mura che finiscono per diventare una gabbia e «creano attacchi di panico, ansia e depressione» che Loredana è costretta a sopportare, mentre guarda l’arrivo della bella stagione dalla finestra. Quando le si chiede che cosa desidera, lei non esita nemmeno per un attimo: «Voglio uscire, voglio riprendere la mia vita e vivere da essere umano. Così è peggio di un carcere».
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