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Sanità, pazienti terminali nei Ps: sono sempre di più e senza un iter adeguato

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Antonio Sbraga
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Sono in crescita esponenziale gli accessi nei Pronto Soccorso dei pazienti cronici e terminali. È stato calcolato che negli ultimi tre mesi di vita, circa il 60% di questi pazienti più fragili viene spostato più volte, con la gran parte dei trasferimenti diretti da casa all’ospedale. Però i Pronto soccorso sono, per loro natura, un luogo di cura destinato alle patologie acute, quindi meno adatti al trattamento delle malattie terminali dei pazienti cronici, che sono spesso anziani. E così l’impennata di questi accessi della disperazione nei Ps rischia di finire con i pazienti più vulnerabili "stazionati" per ore, e anche giorni, sulle barelle delle astanterie o nei corridoi per mancanza di posti letto nei reparti di degenza. Per questi motivi da quattro anni la Regione chiede alle aziende ospedaliere e sanitarie di delineare un «percorso di assistenza al fine vita con l’identificazione di luoghi adeguati nell’intera struttura».

Appositi spazi, anche più dignitosi, per non far passare i pazienti più fragili direttamente dalla barella alla bara. Anche perché già nel 2022 i decessi all’interno dei Pronto soccorso laziali riguardavano «nel 55% persone con oltre 12 ore di permanenza» nei Ps. Però anche nel 2023 il Nucleo Ispettivo Regionale ha evidenziato l’assenza di un percorso dedicato al "fine vita" in molti ospedali romani (tra cui il Sandro Pertini), che causa un conseguente peggioramento dell’assistenza ai pazienti con patologia acuta. E così il sollecito della Regione Lazio all’Asl Roma 2 ha portato, nel giugno del 2023, all’adozione di un apposito documento preliminare in cui si prevedeva «la creazione di un Team Valutativo composto da medici, infermieri e dai vari specialisti a seconda delle patologie presentate dal paziente». In seguito la stessa Asl ha ritenuto «necessario delineare nel contesto aziendale un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) mirato alla gestione del "Processo di Fine Vita"».

Perché solo il percorso di cure di fine vita delineato passo dopo passo in un PDTA è in grado di portare a decidere, attraverso una valutazione collegiale, se il paziente debba essere indirizzato verso cure intensive oppure assistito con cure di fine vita. Però questo percorso diagnostico, nonostante il coinvolgimento formativo degli operatori sanitari ospedalieri e del territorio, 3 anni dopo non è stato ancora adottato con un’apposita delibera. E siccome il percorso di cure fine vita deve essere pianificato, condiviso, documentato e attuato secondo metodologie ben codificate in un Pdta, Il Tempo ha chiesto lumi all’Asl. L’azienda sanitaria assicura di aver «già adottato specifiche procedure aziendali in materia. In particolare - spiega la direzione generale della Roma 2 - risultano istituite una procedura sull’accertamento della morte cerebrale e una sulla gestione delle cure palliative. Quest’ultima ha ottenuto l’accreditamento della Regione Lazio. È stata inoltre adottata una specifica procedura sulla sedazione terminale».
 

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