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La Fiera di Roma affonda nel degrado. Costò 355 milioni: ecco come è ridotta

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Claudio Querques
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Continua a sprofondare. Centimetro dopo centimetro aggredita dalla ruggine e consegnata al degrado. È l’immagine della "Nuova" Fiera di Roma che si offre al visitatore. Siamo a Ponte Galeria, lungo la via Portuense. Erbacce che spuntano dai pavimenti, tapis roulant fuori uso, spazi transennati perché inagibili, cancelli chiusi da anni, parcheggi per 7000 posti auto, un tempo a pagamento, trasformati in discariche: materassi, mobilio dismesso, lavandini, calcinacci. Vedere per credere. Alla vigilia di Romics, il festival del fumetto che si terrà ai primi di aprile, si presterebbe a un Graphic novel a sfondo cupo: con la crisi del sistema fieristico i proventi per tenere a galla quello che resta della struttura (150 mila mq) sono i concorsi. Ci si arriva con il treno della Roma-Fiumicino e con le navette che partono dalla stazione omonima. Un viaggio nella desolazione: padiglioni abbandonati che affacciano su carcasse di auto sventrate. All’ingresso Sud, inutilizzato da anni, la vegetazione si spinge fino ai piedi delle scale mobili. I primi cedimenti sono iniziati molti anni. Come riportano le perizie tecniche, «non derivano da difetto di costruzione ma da errore di progettazione strutturale». I dissesti - scrivono i consulenti - sarebbero derivati dalla «posa in opera di rinterro in sabbia» per portare i padiglioni della Fiera al piano di calpestio. Un peccato originale che ha prodotto – si spiega nelle perizie – cedimenti di consolidazione di argille tenere e normalmente consolidate». In parole semplici il complesso che tutta l’Europa doveva invidiarci, l’Hub fieristico al centro del Mediterraneo, inaugurato in pompa magna nel 2006 dall’ex sindaco Veltroni, rischia di trasformarsi in un residuato, in una seconda Vela di Calatrava.

 

 

I dissesti si sono incrementati – si legge nella sentenza pronunciata dal Tribunale di Roma il 3 febbraio dello scorso anno – nel periodo 2012-2019... e «continueranno a incrementarsi nel tempo, sebbene con minore velocità», perché «il processo di consolidazione finale non si è ancora esaurito». Al danno procurato nella prima fase di cantierizzazione si è aggiunta una «difettosa impermeabilizzazione». Tradotto vuol dire che ci piove dentro. Senza manutenzione le coperture prefabbricate, realizzate in un tempo record di 18 mesi, non hanno retto perché «non destinate per propria natura a lunga durata». Che l’opera progettata dallo Studio dell’architetto Tommaso Valle – 14 padiglioni, un centro congressi, 13 sale meeting - debba finire in rovina non è scritto però da nessuna parte. Gli elementi fissi che trasmettono i carichi alle fondamenta, solai, rampe di scale, muri e volte, oggi aggrediti dalla ruggine, si potrebbero salvare con adeguati interventi di recupero. Idem per i padiglioni che non hanno generato problematiche di tipo statico. La Corte dei conti nel 2022 aveva mandato a giudizio 6 amministratori per dissesto finanziario. Ma una prima condanna dei manager a rimborsare 250 milioni si è ridotta a 300 mila euro per poi sgonfiarsi del tutto «per difetto giurisdizionale».

 

 

L’altro contenzioso, quello più pesante, si trascina invece da almeno un decennio. Vede da una parte Investimenti Spa, (Camera di commercio di Roma 58,5%, Comune di Roma 21,7% e Regione Lazio), una società privata in controllo pubblico. Dall’altra il gruppo Lamaro dei fratelli Toti, all’epoca proprietario dei terreni e di una parte delle quote poi cedute alla holding - e un pool di assicurazioni. Le quali, chiamate in causa per risarcire i danni, hanno tirato in ballo Tommaso Valle, autore del progetto (assolto da tutto e rimborsato delle spese legali al termine del processo). La gestione degli eventi distinta dalla proprietà. Era questa la mission. Con quel macigno iniziale di circa 355 milioni di euro. A tanto ammontano i costi per la realizzazione di un’opera che avrebbe dovuto inserirsi nelle infrastrutturale dell’aeroporto Leonardo da Vinci. Debiti per circa 215 milioni nel 2021, anche a causa del Covid, scesi a 84,3 milioni nel 2022, con una perdita di esercizio di circa 900 mila euro. Effetto balsamico dei 100 milioni incassati da Yanez SVP, (Stiching Buckingham), società olandese per la vendita della struttura dell’ex Fiera, un’area di 75 mila mq adiacente a via Cristoforo Colombo. Non abbastanza per evitare il giudizio di «incertezza di continuità aziendale» dato dalla EY, società indipendente di revisione contabile. L’amministratore unico di Investimenti Spa Luca Voglino ha chiesto la rimozione del vincolo fieristico. Un’altra boccata d’ossigeno potrebbe arrivare dalla vendita di 4 padiglioni, (11/12/13/14), area limitrofa compresa. Cosa si fa per non affondare.

 

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