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Arsenico nell'acqua, allarme nel Lazio

Acqua

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«L'acqua del sindaco». Un modo di dire, un adagio usato comunemente per certificare la qualità dell'acqua del rubinetto e delle fontante pubbliche. Eppure non sempre è così, soprattutto in provincia di Roma. Contaminazioni fecali, arsenico, vanadio, cloroformio, bromoformio, bromodiclorometano, dibrocorometano, tetracloroetilene e tricloroetilene «inquinano» l'acqua della maggior parte delle Regioni e dei Comuni italiani. A rivelarlo è lo studio «Le acque da bere in Italia: analisi e valutazione di qualità», realizzato dai professori Imperato, Guida e Trifuoggi dell'Università Federico II di Napoli e pubblicato dalla Rivista italiana d'igiene. Lo studio esamina la qualità delle acque di 50 città italiane sparse in 17 regioni e la qualità delle acque minerali di 24 diversi marchi. Secondo lo studio, tali contaminazioni delle acque pubbliche riguarderebbero il 77,44% dei casi e si verificherebbero sia nei condomini domestici per incuria degli amministratori che non controllano le tubature (la responsabilità del gestore idrico, infatti, arriva fino all'allaccio domestico), sia nelle fonti di approvigionamento.  L'acqua pubblica ha origini diverse e spesso proviene da fiumi o laghi. Per essere definita potabile (cioè secondo la legge «pulita e salubre»), è soggetta a trattamenti di potabilizzazione e di disinfezione (operazione, quest'ultima che avviene attraverso derivati dal cloro). Le acque pubbliche, diversamente dalle acque minerali imbottigliate, possono ottenere una deroga alla distribuzione dal Ministero della Salute nel caso in cui non rispettino i limiti stabiliti dalla legge per determinati contaminanti. Sono decine e decine le deroghe concesse, in particolare sull'arsenico, che per legge non può superare i 10 microgrammi/litro e considerato elemento altamente cancerogeno dall'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. La Regione Lazio ha richiesto nove deroghe per quanto riguarda arsenico, floruri, vanadio, trialometani, fluoro e selenio in data 13 gennaio 2006, 31 marzo 2006, 29 settembre 2006, 30 dicembre 2006, 4 ottobre 2007, 15 aprile 2008, 14 novembre 2008, 29 dicembre 2008 e 30 aprile 2009. Particolarmente pericoloso per l'uomo secondo la Iarc è l'arsenico. La legislazione antecedente al 2001 (il Dpr 236/88) prevedeva che non superasse i 50 microgrammi/litro. Il decreto legislativo 31 del 2001 ha aggiornato la normativa sulle acque destinate al consumo umano, portando il limite a 10 microgrammi/litro, in conformità con i limiti della Iarc. Il decreto, tuttavia, ha previsto deroghe di tre anni per consentire ai Comuni e ai gestori di mettere a norma le strutture. Deroga che può essere prorogata per una massimo di due volte, arrivando così a complessivi nove anni entro i quali condutture e acquedotti dovranno essere messi a norma e le acque rispettare i limiti fissati a 10 microgrammi/litro. Di deroga in deroga, in provincia di Roma si sfiorano situazioni al limite dell'emergenza pubblica. L'acqua di Velletri, ad esempio, non è ancora potabile e il livello di arsenico presente sembrerebbe decisamente più alto del dovuto. Inoltre Acea Ato 2 ad oggi ancora non risponde a una mozione presentata dal consigliere di maggioranza Sergio Andreozzi, e votata dal Consiglio comunale all'unanimità, che chiedeva al gestore dell'idrico di conoscere le condizioni dell'acqua di Velletri. A mettere in guardia i cittadini, ancora una volta il Comitato Acqua Pubblica che sostiene che ad oggi «nulla è cambiato dall'appena trascorsa estate», quando il Comune, Acea Ato 2 e la Asl Roma H hanno informato la cittadinanza della deroga concessa dalla Regione Lazio affinché le concentrazioni degli elementi tossici fluoro, arsenico, vanadio potessero salire, spiegando che «il loro superamento entro i valori massimi ammissibili non provoca effetti acuti». Già allora il Comitato si era mosso chiedendo all'associazione nazionale di medici «Medicina democratica» di valutare quell'avviso diffuso alla cittadinanza. L'informazione sarebbe stata giudicata parziale, falsa e illegale e l'associazione ha spiegato che «il decreto legge numero 31, in vigore a dicembre del 2003, stabilisce i criteri che deve avere l'acqua per essere destinata al consumo umano, cioè potabile. Tale atto fissa una serie di parametri molto restrittivi. Ma grazie alle deroghe i gestori idrici hanno chiesto, tramite le regioni, di poter distribuire in taluni casi acqua non potabile. La normativa per il rilascio delle deroghe esige però che la deroga non rappresenti un rischio per la salute umana. La popolazione deve inoltre essere informata preventivamente in modo esauriente sulle condizioni attuali dell'acqua in relazione alla sua potabilità; immediatamente, qualora l'acqua non sia più potabile, attraverso pubblici avvisi spiegando dettagliatamente i danni alla salute in cui può incorrere non solo in acuto, ma soprattutto a distanza e dunque per intossicazione cronica come tumori e malattie degenerative». Il Comitato ha sottolineato che nessuna di quelle condizioni poste dal decreto sono state rispettate. Ma situazioni simili a quella di Velletri si registrano anche in altre zone della provincia di Roma: Anguillara Sabazia, Trevignano, Bracciano, Civitavecchia, Cerveteri, Castelnuovo di Porto, Ariccia, Santa Marinella. Tutti Comuni per i quali la Regione Lazio ha chiesto e ottenuto la deroga prevista dalla legge il 29 dicembre 2008 e il 30 aprile 2009. Nei decreti pubblicati in Gazzetta ufficiale si specifica che i «valori massimi ammissibili possono essere concessi fino al 31 dicembre 2009». Dal primo gennaio non potrà essere più chiesta alcuna deroga e l'«acqua del sindaco» diventerà fuorilegge. (Ha collaborato Michela Galuppo).

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