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Maria Rita Gismondo: "Ecco tutto quello che non torna nella versione del leader Cinquestelle"

La virologa all'attacco su zone rosse, obblighi, «tachipirina e vigile attesa», dissenso represso

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La professoressa Maria Rita Gismondo torna ad attaccare la gestione della pandemia da parte del governo Conte. La virologa ed ex direttrice del Laboratorio di Microbiologia dell’Ospedale Sacco di Milano chiede, in sostanza, che chi governava spieghi le ragioni delle scelte che, a suo giudizio, hanno inciso sul numero delle vittime. 


Dopo l’audizione di Giuseppe Conte in commissione Covid, lei ha parlato di una «lezione ex cathedra».
«Perché non avevamo bisogno di una lezione. Avevamo bisogno che ci venisse spiegato come e perché furono prese determinate decisioni. Ci sono ancora molte domande senza risposta e quell'audizione, sotto questo profilo, è stata un’occasione mancata».

Cosa considera più grave?
«La gestione delle zone rosse. Perché vennero chiuse Lodi e Codogno mentre Bergamo e la Val Seriana rimasero aperte? All’epoca dirigevo il laboratorio del Sacco e vedevo arrivare quotidianamente i tamponi da quelle aree. Molti pazienti morivano ancora prima che arrivasse il risultato. Quelle decisioni hanno avuto conseguenze enormi e chi le prese deve spiegarne le ragioni».

Per l’ex premier, la pandemia ha insegnato che la scienza vive di dubbi e incertezze.
«No. Perché allora il dubbio veniva sistematicamente represso. Chi esprimeva opinioni diverse veniva isolato. Io stessa sono stata sottoposta a procedimento disciplinare per aver espresso dubbi scientifici. Sentire oggi parlare di incertezza scientifica è francamente paradossale».


Lei parla addirittura di persecuzione.
«Sì. E c’è stata anche una precisa responsabilità di parte dei media. All'inizio venivo invitata in molte trasmissioni televisive; poi improvvisamente sono scomparsa. Mi è stato detto chiaramente che era stato deciso di non invitarmi più. L’unico che ha continuato a darmi spazio è stato Mario Giordano, lasciando parlare anche chi aveva opinioni diverse».


Conte ha ribadito che le decisioni furono assunte seguendo le evidenze scientifiche.
«Vorrei sapere quali fossero queste evidenze. Le vere evidenze scientifiche sono pubblicazioni validate sulle principali riviste internazionali, non opinioni. Oggi perfino alcuni protagonisti di allora ammettono che molte certezze non c’erano. Per questo chiedo a Conte di spiegare su quali basi scientifiche furono adottate certe misure».

Si riferisce ai vaccini?
«Anche. È stato riconosciuto che quei vaccini non impedivano il contagio. Tutti noi vaccinati abbiamo comunque contratto il Covid. Se il vaccino non blocca la trasmissione del virus, bisogna spiegare perché sia stato imposto come dovere sociale. Poi c’è la strategia della "tachipirina e vigile attesa", errore gravissimo. Latachipirina abbassa la febbre ma non contrasta l’infiammazione provocata dal virus. Aspettare, significava lasciare peggiorare la situazione clinica di molti pazienti, che arrivavano in ospedale ormai in condizioni critiche».

Possibile che tanti medici non condividessero queste perplessità?
«Molti le condividevano, ma avevano paura di esporsi. Esisteva un clima di forte pressione professionale. Io ho pagato personalmente quella scelta, ma molti colleghi preferivano tacere per timore delle conseguenze».

Le Regioni hanno avuto la loro responsabilità?
«Conte sostiene di aver lasciato autonomia ai governatori, ma durante lo stato di emergenza i Dpcm prevalevano sulle decisioni regionali. Le responsabilità del governo non possono essere scaricate sulle Regioni».

A settembre l’ex premier tornerà davanti alla Commissione. Cosa si aspetta?
«Mi auguro che racconti come sono andate davvero le cose, senza omettere i passaggi più delicati. Razionalmente, però, temo che farà ancora una volta l'avvocato di se stesso. Riconosco invece il lavoro della Commissione, che sta cercando di ricostruire i fatti».
 

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