Cerca
Edicola digitale
+

Conte fa melina, si becca una smentita e ammette: "Non eravamo pronti". Alle corde sul piano pandemico

Polemiche e sospetti sui continui sguardi al tablet: l'ombra di un suggeritore Veleni su Draghi, Meloni e Regioni. È uno scaricabarile continuo

Edoardo Romagnoli
  • a
  • a
  • a

«Finalmente ci siamo» esordisce Giuseppe Conte davanti alla commissione Covid ma chi sperava che fosse finalmente arrivata l’ora delle risposte è rimasto deluso. Due ore di audizione in cui ripercorre, a grandi tappe, quei giorni febbricitanti a Palazzo Chigi. Il leader M5S però inizia portando dentro altri attori. Inizia con Draghi «perché non è qui?», poi passa alle Regioni che sono state «irresponsabilmente escluse» dai lavori della commissione per fare da «scudo ai vostri governatori», quella stessa maggioranza che ai tempi del Covid era opposizione su cui sempre la commissione, secondo Conte, ha gettato un cono d’ombra, «dove eravate? Quali erano le vostro posizioni all’epoca?». Anche sul piano pandemico, uno dei temi principali dell’audizione, respinge le accuse e rilancia: «Dal 2006 si sono succeduti otto governi di tutti i colori politici» senza che nessuno l’abbia aggiornato. Per il primo colpo di scena si deve aspettare poco.


L’ex premier tira fuori una carta, «passata da un anonimo». Un documento di 10 pagine che riporta il verbale di una riunione riservata tra militari, struttura commissariale e Dogane. In quell’occasione venne sollevato il sospetto che le mascherine della Jc Electronics non fossero quelle dichiarate nelle descrizioni riportate sulle bolle di accompagnamento. Annuncia di aver consegnato, lunedì, quel documento alla Procura di Roma. Mentre sta continuando il suo racconto arriva la smentita della Jc Electronics dove viene puntualizzato che il Tribunale di Roma il 21 luglio 2025 ha rigettato la querela, mossa dall’Avvocatura dello Stato, condannando le amministrazioni alle spese e alla pena pecuniaria. Rilevando come sia l’Inail che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, su richiesta della stessa struttura commissariale, abbiano validato quelle mascherine.
Nel frattempo a Palazzo San Macuto l’arringa di Conte prosegue fra lunghe dissertazioni giuridiche e citazioni colte, si va da De Andrè a Karl Popper passando per Freud, Franco Ferrarotti, Jacques Delors e Roald Dahl. C’è anche il tempo per il decalogo, le dieci lezioni che abbiamo imparato dalla pandemia.


Il registro ondeggia fra l’attacco e la difesa, tra la lezione accademica e qualche battuta estemporanea ma quando parla delle «scelte tragiche» (ennesima citazione questa volta di Guido Calabresi) assunte da premier scivola velocemente nel paternalistico. Accusa la commissione di essere «un plotone di esecuzione» e di «aver fatto da scudo» ai loro governatori. Ricorda le lettere scritte dai commissari di minoranza ai presidenti di Camera e Senato «per chiedere il corretto svolgimento dei lavori». Rievoca le sue lettere, tre nello specifico, inviate agli uffici della commissione per farsi audire: «Due anni fa mi ero reso disponibile».


La strategia è chiara: allargare il perimetro delle responsabilità (alle Regioni, alle opposizioni, ai premier che gli sono succeduti), rovesciare la narrazione del Conte che scappa dall’audizione («Basta buffonate, lasciamole fuori da qui»), screditare il lavoro della commissione («plotone di esecuzione») e ribaltare le accuse della Jc Electronics. Sull’azienda di Dario Bianchi torna più volte. «Bianchi lo state portando in processione in giro per l’Italia, da Atreju alle feste di Paese». Poi adombra un sospetto: «È venuto in commissione a parlare di Di Donno per la prima volta dopo l’accordo transattivo da 100 milioni, una somma enorme per un’azienda che ne fattura 4 all’anno». E annuncia: «Diffido assolutamente le amministrazioni dello Stato, e parlo del Ministero della Salute, a effettuare questo pagamento».

ù
Insomma la linea è chiara. Io e la mia squadra non abbiamo sbagliato niente, eravamo un modello in Europa e nel mondo. In un passaggio smentisce il Conte del 2020 (quello del «siamo prontissimi») quando sostiene al contrario che «l’Italia non fosse pronta». Sostiene che l’Istat abbia certificato che durante la pandemia 1 milione di persone sono state salvate dalla povertà ma a leggere la relazione Istat 2022 (riferita all’anno precedente) si evince il contrario («i massici storici toccati nel 2020 sono rimasti invariati anche nel 2021»).
Lancia la sfida ai commissari: «Potete scavare quanto volete, non troverete mai qualcosa di illecito» ma avverte «non permetto a nessuno di gettare ombre sulla gestione della pandemia, perché queste ombre che gettate per mera speculazione politica finiscono per estendersi inevitabilmente anche sugli uomini e sulle donne dello Stato che si sono battuti per salvaguardare la comunità nazionale».


Dopo due ore tocca ai commissari porre le domande. Quelle della maggioranza però non incidono particolarmente, forse per non sprecare le cartucce migliori durante la pausa estiva dei talk show conservandole per settembre. Buonguerrieri rinuncia anche alla domanda, preferisce puntualizzare sulla questione Jc Electronics. Filini chiede conto di una dichiarazione rilasciata a Il Fatto quotidiano del 2021. In quell’occasione Conte disse che «per consentire la più ampia realizzazione della campagna dobbiamo spingere per l’obbligatorietà in tutte quelle situazioni in cui ci sono assembramenti, in prospettiva anche nei luoghi di lavoro».

Una contraddizione rispetto a ciò che aveva appena sostenuto durante l’audizione in cui aveva evidenziato come fosse contrario all’obbligatorietà vaccinale per gli over 55 decisa dal governo Draghi. Bignami gli chiede conto del piano pandemico. Conte aveva citato Donato Greco sostenendo come lo stesso padre del piano pandemico del 2006 ritenesse che quel programma non fosse valido per il Covid. Bignami completa la lettura delle dichiarazioni di Greco da cui si evince come per l’epidemiologo, nonostante il mancato aggiornamento, quel piano avrebbe comunque avuto un impatto non trascurabile. Posizione condivisa anche da altri esperti auditi in commissione come Ippolito, Brusaferro, Crisanti e Miozzo.


La domanda che mette in difficoltà arriva dall’opposizione. La deputata Federica Onori, di Azione, gli chiede conto dell’operazione «Dalla Russia con amore», che tanto fece scalpore all’epoca perché non era chiaro cosa fossero venuti a fare esattamente in Italia 104 russi, di cui solo 28 medici. Qualcuno lanciò anche l’ombra di un’operazione di spionaggio. L’ex premier deve ricercare appigli nel tablet che ha davanti, poi liquida la questione con un «c’era un accordo fatto prima di me», tira in ballo San Nicola di Bari, patrono russo, e quando Onori gli chiede più dettagli invita la commissione a sentire il «ministro della Difesa di allora».

A colpire l’attenzione è però quel tablet. Chiariamoci, è comprensibile che in una relazione di due ore non si possa andare a braccio ma lo consulta spesso dopo aver guardato lo smartphone come se ci fosse un suggeritore che gli indicasse le carte utili per rispondere. E infatti quando la Onori stravolge l’ordine degli interventi, chiedendo di rispondere alle sue domande prima di quelle di Boccia e Furlan, per un attimo si perde nello schermo. Chiede scusa e scrolla, poi finalmente trova il documento giusto. Il tempo però finisce. Tutto rimandato a settembre per la seconda sessione dell’audizione, sperando che sia la volta buona.

Dai blog