Lucio Malan: "Le sanatorie di Pedro mettono a rischio anche welfare e sanità"
Il senatore di FdI: «La responsabilità e l'ipocrisia di Sanchez sono enormi È in gioco non solo la sicurezza ma anche il nostro modello sociale»
Ancora è vivo lo scontro politico intorno alla crisi di Ceuta. E si avvicina la giornata di domani, che ha visto la convocazione di un Consiglio Europeo Affari Interni, su impulso italiano. Il Tempo parla di tutto questo con Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato.
Presidente Malan, per noi del Tempo il premier spagnolo Pedro Sánchez è come Attila, così da titolo in prima pagina. Le torna questa metafora storica?
«Direi di sì. Indubbiamente Sánchez ha gravi responsabilità. La sanatoria che ha varato, e che voi avete giustamente evidenziato con grande merito sul vostro giornale, regolarizza circa mezzo milione di persone. Questo crea un inevitabile e fortissimo effetto di attrazione. Chi parte sa che, arrivando in Spagna, prima o poi otterrà una regolarizzazione che apre le porte dell’intera Unione Europea, Italia compresa. È un meccanismo pericoloso che rischia di far vacillare le conquiste del nostro welfare e della sanità pubblica».
Cosa rischia l’Europa con queste regolarizzazioni di massa?
«Rischia di subire i contraccolpi di un "effetto imitativo" devastante. Purtroppo molti vedono l’Europa come il paese di Bengodi, dove in un modo o nell’altro si viene mantenuti e le espulsioni sono difficili da attuare. A questo si aggiunge un’evidente ipocrisia di fondo. Svolgendo alcune ricerche ho scoperto come la Spagna abbia aperto due centri per migranti in Mauritania, finanziati anche con fondi europei, finiti al centro di durissime critiche da parte di ONG e giornalisti per le condizioni di trattenimento. Mentre Madrid e la sinistra nostrana attaccano l'accordo Italia-Albania – su cui vigono la giurisdizione italiana ed europea –, la Spagna ricorre a strutture gestite direttamente da uno Stato terzo al di fuori delle garanzie UE. È la dimostrazione di quale sia il profilo degli idoli della sinistra contemporanea».
Chi critica l’iniziativa italiana di sospendere Schengen sostiene che l’emergenza di Ceuta sia rientrata e che l’exclave sia fuori dal trattato. Come si può replicare?
«Chi è arrivato a Ceuta ha un collegamento di fatto con il territorio spagnolo. E poi non c’è alcuna certezza su quanti di quei 60.000 arrivati a Ceuta siano davvero rientrati in Marocco. La sospensione di Schengen era ed è una misura del tutto giustificata per tutelare i nostri confini».
Ben 21 Paesi europei hanno siglato la lettera promossa da Giorgia Meloni al Consiglio Europeo per proteggere le frontiere. Qual è il segnale politico?
«Dimostra che la sinistra italiana è completamente isolata. L’Ue ha 27 Paesi, e in questa partita sono 26, tolta logicamente la Spagna. Dunque ben 22 hanno sottoscritto l’iniziativa di Roma. Tra i leader più attivi c’è anche la premier danese, che è socialdemocratica ed appartiene alla stessa famiglia europea del PD. Il Partito Democratico si trova in un incredibile isolamento persino all’interno del suo stesso gruppo politico, continuando da solo a battersi contro gli interessi dell'Italia e dell'Europa».
Tra chi non ha firmato c’è la Francia di Macron. Come legge questa posizione?
«Da un lato c’è probabilmente la volontà di non rincorrere un'iniziativa a forte trazione italiana, portata avanti da Giorgia Meloni. Dall’altro, Parigi mette già in atto da tempo misure di rigore unilaterali e blocchi alle frontiere, come abbiamo sperimentato al confine di Ventimiglia con la sospensione di Schengen. Non hanno sentito la necessità di unirsi perché applicano già autonomamente la propria linea».
Considerando il Patto Ue sulle Migrazioni e questa maggioranza di Paesi sulle tesi italiane, si può dire che l’Europa stia cambiando passo?
«Certamente. Solo quattro anni fa si discuteva solo di come distribuire i ricollocamenti secondari, con cifre prossime allo zero. Oggi l’Europa ha compreso che la priorità assoluta è difendere i confini esterni dell’Unione: Lampedusa, Ceuta o le frontiere orientali. Mi auguro che quanto successo a Ceuta rimanga come un monito chiaro. Se non si fermano i flussi incontrollati, la tenuta sociale e la sicurezza di un intero continente di 450 milioni di abitanti rischiano di essere seriamente compromesse».
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