Legge elettorale, tre donne e un generale
La politica è in movimento e una norma nata per assicurare stabilità potrebbe produrre l'effetto opposto
Tre donne e un generale. Potrebbe essere una commedia di Monicelli. Invece è l’ennesimo remake della legge elettorale: il film più longevo della Repubblica. Sul set troviamo l’ereditiera più silenziosa di Arcore, una diva internazionale divisa tra Svizzera e America, una premier underdog che non ama condividere il camerino e, a completare il cast, un generale che a Mosca è probabilmente più noto che a Pontida. Tra primedonne, comparse e caratteristi, il primo ciak è andato in scena a Montecitorio.
Ma dietro ogni commedia, lontano dai riflettori, si nasconde sempre un dramma. E la radiografia della maggioranza è impietosa: in Forza Italia la famiglia Berlusconi ha manifestato, con scelte politiche sempre meno velate, una progressiva diffidenza verso il governo e il partito. Il cambio dei capigruppo ne è stato il simbolo più evidente. Nella Lega il malessere cova soprattutto tra gli amministratori del Nord e in quella falange del partito che, da mesi, guarda con crescente insofferenza la guida di Salvini.
In Fratelli d’Italia, invece, si somma un doppio fronte di tensione: verso gli alleati – per le fughe leghiste in avanti sull’Ucraina e i distinguo di Forza Italia su alcuni provvedimenti sulla giustizia - e al proprio interno.
L’ultimo episodio è quello del giorno dopo il voto sulle preferenze: al Consiglio Superiore della Magistratura, i laici di centrodestra eletti in quota FdI si sono spaccati sulla nomina del nuovo Procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia.
Anche nel cast di supporto qualcuno recita a soggetto.
Il voto sulle preferenze non ha aperto la crepa, l’ha semplicemente resa visibile. E il centrodestra unito, così come lo abbiamo conosciuto finora, esiste molto meno di quanto si racconti.
Se è vero che quando non si riesce più a tenere insieme i propri parlamentari, la coalizione smette di essere una comunità politica e diventa una semplice somma di interessi, è altrettanto certo che ogni legislatura entra nella sua fase conclusiva quando il Parlamento comincia a discutere della legge elettorale. E se si vuole cambiare il sistema di voto significa che l’orizzonte non è più Palazzo Chigi, ma il prossimo seggio. Meloni lo sa.
E con il nuovo copione che si sta delineando - ancora di più se dovesse essere introdotto il premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42% - il centrodestra ha una sola possibilità di vincere: ricomporre tutta l’area della destra, portando dentro anche Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, con buona pace della famiglia Berlusconi.
Ma c’è un elemento che merita una riflessione più profonda: il dibattito alla Camera è probabile sia stato uno degli ultimi atti di quel bipolarismo che, per trent’anni, ha organizzato la politica italiana e che oggi mostra crepe sempre più profonde. Perché la vera notizia del voto, nonostante l’approvazione del provvedimento, non è che il governo abbia perso sulle preferenze; è che, per la prima volta, il centrodestra ha preso consapevolezza di poter perdere sé stesso.
In Italia quando si parla di legge elettorale, il dibattito si riduce solo a una domanda: chi ci può guadagnare e chi può perderci? È una tentazione comprensibile, ma profondamente sbagliata.
Il presidente Andreotti non si è mai entusiasmato davanti ai dibattiti sulle leggi elettorali e mi ripeteva: «Aspettiamo di vedere che pasticcio uscirà fuori questa volta...».
I Padri costituenti idearono una Repubblica fondata sul sistema proporzionale perché, nell’Italia uscita dalla guerra mondiale, tutte le grandi culture politiche dovevano essere rappresentate in Parlamento. La governabilità non era affidata a premi di maggioranza, ma alla forza dei partiti e alla loro capacità di costruire accordi politici.
Oggi i partiti sono fluidi, il consenso è volatile, la politica è diventata sempre più su base personalistica. È quindi giusto interrogarsi su nuove regole.
Il progetto di riforma elettorale prevede uno sbarramento al 3% e un premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 42% dei voti, assegnando il 55% dei seggi parlamentari.
Il punto non è tecnico, ma costituzionale: è ragionevole attribuire il 55% dei seggi a una coalizione che rappresenta il 42% degli elettori? È un premio di ben tredici punti percentuali che certamente favorisce la governabilità, ma che pone un problema democratico, di equilibrio tra consenso popolare e rappresentanza parlamentare. La Corte costituzionale ha più volte ricordato che un premio di maggioranza è ammissibile soltanto se non altera in maniera irragionevole il principio di rappresentanza.
Nel 1953 Alcide De Gasperi propose quella che le opposizioni ribattezzarono «legge truffa». Essa prevedeva che una coalizione ottenesse un premio di maggioranza superando il 50% più uno dei voti. All’epoca si scatenò uno scontro politico durissimo e quella legge fu dipinta come una forzatura democratica.
Oggi si discute di assegnare il premio già al 42% dei voti. Ma se allora il dibattito fu così acceso quale potrebbe essere ora il giudizio davanti a tale soglia? È una riflessione da fare su quanto sia cambiata la cultura istituzionale italiana.
E c’è anche un’altra considerazione, forse ancora più importante: se si decide di rafforzare il governo attraverso un premio di maggioranza, allora bisogna rafforzarne anche la stabilità durante la legislatura. Per questo la riforma elettorale avrebbe dovuto essere accompagnata dall’introduzione della sfiducia costruttiva, come avviene in Germania.
Il principio è semplice: un governo può cadere solo se il Parlamento è contemporaneamente in grado di indicarne un altro che possa esprimere una maggioranza.
Scomparirebbero così le crisi «al buio», quelle settimane di trattative estenuanti nelle quali cade un governo senza sapere quale lo sostituirà. Sarebbe una garanzia di stabilità senza limitare le prerogative del Parlamento.
Sulla stessa logica di garanzia si è mosso l’emendamento presentato da Carlo Calenda alla Camera, che proponeva di innalzare dal 42% al 45% la soglia per l’accesso al premio di maggioranza e che, con ogni probabilità, verrà ripresentato al Senato. Se approvato, contribuirebbe a rafforzare la tenuta costituzionale della riforma.
Il problema è che oggi si ragiona come se gli equilibri fossero quelli fotografati dagli ultimi sondaggi.
Ma domani potrebbero essere completamente diversi. Infatti a destra potrebbero affermarsi ancor di più Vannacci e Alemanno. A sinistra potrebbe emergere un’area politica riconducibile ad Alessandro Di Battista. E potrebbero nascere ulteriori formazioni centriste o territoriali.
Il risultato sarebbe evidente: entrambe le grandi coalizioni attuali rischierebbero di perdere quei due o tre punti decisivi che impedirebbero di raggiungere il 42%. E allora, addio premio di maggioranza. Così, paradossalmente, una legge nata per assicurare stabilità potrebbe produrre l’effetto opposto.
È il motivo per cui una legge elettorale non dovrebbe mai essere costruita sulla fotografia del presente. Le maggioranze cambiano, le regole restano.
Per ora, però, il primo ciak è finito. Le tre donne e il generale possono chiudere i copioni e preparare le borse per il mare. A settembre il set si sposta al Senato dove, a manovrare la macchina da presa, ci sarà Ignazio La Russa, un po’ il Clint Eastwood di Palazzo Madama: presenza scenica garantita e poche possibilità che resti dietro le quinte.
Ma anche lui sa che quando si parla di legge elettorale, non è mai buona la prima. Se Meloni avesse chiesto le elezioni prima, smarcandosi dal referendum, oggi non si troverebbe in questa palude. Comunque vada prepariamoci presto al voto.
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