Romanzo Quirinale, le elezioni del 2027 decisive anche per il Colle. Meglio pensarci prima
Per ora non sono previsti islamici al Colle ma di questi tempi non si sa mai. E dunque è un bene portarsi avanti col lavoro. Due scadenze. La prima, nel 2027, riguarda il governo Meloni. Senza sabotaggi può vincere e fare il bis. Certo, sui governi - in tutto l’Occidente - è facile mostrare la boccuccia arrabbiata. Ma poi c’è il 2029, e qui non può esserci spazio per i giochini a Palazzo. Chi vota nel 2027 deve pensare anche al Quirinale 2029. Ed evitare altri sette anni senza una personalità di centrodestra lassù. È fondamentale.E magari può aiutare un campo enorme, più che quello largo. I voti parlamentari conteranno eccome, guai a chi sogna rivincite sulla pelle del nostro popolo. Abbiamo già dato. Una sinistra vincente alle elezioni o una destra divisa o "in divisa" - produrrebbe altri 7 anni con un garante lontano dal centrodestra. Meglio pensarci prima.
Sicuramente ci dovrà riflettere tutta la coalizione di governo e anche lo stesso Vannacci. Sarà una partita da disputare illudersi di intascare chissà cosa. Nel caso chieda a Matteo Renzi che cosa vuol dire determinare 14 anni di Mattarella al Quirinale e trovarsi al 2 per cento dal 40 che aveva. Se si sbaglia il candidato perché si è commesso l’errore di dividersi, ci sono altre tre candidati potenziali a rischio (per l’elettorato che sta di qua).
Poniamo il caso che una volta tanto i sondaggisti ci prendano e grazie alle prodezze di chi pensa di aver individuato il centrodestra e la Meloni come nemici principali, si affermi la sinistra alle politiche.
Busta numero uno: scartare soluzioni di compromesso e nella loro migliore tradizione prendono tutto il cucuzzaro. Ci piazzano Pierluigi Bersani, che ovviamente preferirà trascorrere la vecchiaia al Colle anziché da Floris. Imporrà come Napolitano i suoi uomini al governo che ci sarà e come Mattarella ondeggerà quando servirà con i richiami dal Quirinale, che il loro peso lo hanno sempre e spesso. Una tortura per chi governa, orecchie sorde per chi si oppone. Il caso più probabilmente negativo sta però nella busta più felpata, la numero due. È quella pescata dalla sorte per la palude, il pareggio, i tecnocrati: il nome preferito si chiama Paolo Gentiloni e pure in Europa gli vogliono bene quelli come Macron. Prima due anni da premier paratecnico e poi Corazzieri ad accoglierlo.
Non essendo ancora al Quirinale, possiamo rischiare con lui senza incorrere nel vilipendio del Capo dello Stato, prevedendo abbondanti svendite del patrimonio nazionale. Si cimentava da Palazzo Chigi e dalla Farnesina, figuratevi dal Colle. Oro alla Patria. Altrui.
La busta numero tre forse è la meno peggio, si dice a Roma, ma insidiosa un po’. È quella con dentro il nome di Pierfurby, Pierferdinando Casini, in grado di arrivare all’obiettivo alla quindicesima votazione, promettendo a mezzo mondo - «ma non lo dire a nessuno» - l’inesistente vicepresidenza della Repubblica. Che anche se non c’è suona come un miraggio di potere un po’ per uno e soprattutto a se stesso. Le domande di grazia si sprecherebbero, la loro accoglienza farebbe la gioia del Fatto Quotidiano. E anche qui il gioco spietato. Una nomina al governo e una al Colle. A volte ritornano. Se vogliamo evitare questi esiti, pensiamoci ora. A Palazzo Chigi e nella maggioranza serviranno buoni binocoli. La scelta del nome al Colle sarà centrale e occorrerà predisporsi a parlare anche con Vannacci e pure con Calenda, per tentare di costruire una rete robusta al riparo da franchi tiratori. Che sono anche quelli che mirano sull’amico più vicino favorendo il nemico.
Raffreddare i bollori, dunque, rinsaldare o costruire rapporti, scegliere i pontieri adatti ad annusare i pericoli: Giorgia Meloni ha dimostrato di saperlo fare sullo scenario internazionale, ne sarà ben capace tra le mura di casa. Chi ne boicotta l’azione si guadagnerà l’odio del popolo di centrodestra.
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