No al Salone del libro di Torino, l'ultimo dispetto ad Alemanno
Ormai siamo ai dispetti. A poco più di un mese dall’uscita dal carcere, il tribunale di sorveglianza ha negato a Gianni Alemanno (e al suo «collega» detenuto Fabio Falbo) di poter rispondere positivamente all’invito del Salone internazionale del Libro di Torino a poter presentare la loro pubblicazione «L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane». L’iniziativa era partita proprio dal Salone e aveva stupito positivamente e Il Tempo ne aveva riferito all’epoca. In pratica, la richiesta era di concedere un permesso per andare e tornare da Rebibbia a Torino. La risposta è stata un «no» inumano, insensato, incomprensibile.
La notizia della decisione è stata data da Alemanno e Falbo direttamente alla dottoressa Annalena Benini, direttrice editoriale del Salone e alla professoressa Anna Grazia Stammati, direttrice del Cesp -Rete delle scuole ristrette. Con amarezza, ovviamente, ma anche grande dignità. (E ci chiediamo quante altre colpe debba scontare Alemanno agli occhi del Tribunale di sorveglianza). Se ci sono ambienti culturalmente rilevanti che vogliono sentir raccontare quello che si scrive in un libro - tanto più, nel caso dell’ex sindaco di Roma, ormai a fine pena - la negazione di questa possibilità cancella persino quel tocco di umanità che dovrebbe caratterizzare chi indossa una toga.
Riflettono i due detenuti nel ringraziare le organizzatrici della manifestazione: «Ci sono inviti che aprono porte e purtroppo ci sono sistemi burocratici che subito le richiudono nel silenzio». Perché in quell’invito c’era un valore «non solo culturale, ma un riconoscimento umano e civile, il segno che la parola può nascere anche nei luoghi più difficili e, proprio per questo, merita di essere ascoltata».
E di qui la riflessione che i due detenuti hanno affidato alla lettera con cui hanno notificato il diniego alla loro partecipazione al Salone: «A cosa serve investire nella cultura in carcere, se poi quella stessa cultura viene fermata quando viene invitata ad uscire "fuori dal cancello"? A cosa serve incentivare studio, scrittura, consapevolezza, se la voce che nasce da questi percorsi viene trattenuta sulla soglia? Che senso ha evocare esigenze di sicurezza, quando questa non è mai stata violata da chi ha scelto la via della responsabilità, della non violenza, della parola?».
«Un libro scritto in carcere può essere raccontato solo dentro la prigione?», aggiungiamo noi di fronte ad una presa di posizione che appare più brutale che civile. Ma che senso ha impedire di partecipare ad una delle più grandi manifestazioni culturali del nostro Paese? Riflettano, quelle autorità, sulle parole che ancora una volta vergano Alemanno e Falbo: «È stato imposto il silenzio. Un silenzio che non è neutro, un silenzio che seleziona, perché decide chi può parlare e chi no, senza mai dichiararlo apertamente. Questo, però, non cancella il senso del vostro invito, al contrario lo rafforza, perché dimostra che esistono istituzioni, persone e realtà culturali che credono ancora in una cultura autentica, capace di mettere in relazione, di creare ponti, di dare spazio anche a chi vive condizioni marginali o ristrette».
Pare davvero un dispetto. L’ennesimo. La detenzione iniziata a Capodanno; la condanna al carcere senza alternative alla galera e per un reato che sta solo nella testa di chi lo ha punito; ora, persino questo rifiuto a poter fare cultura. È una giustizia che non si vede; è luce spenta in modalità crudele; è cuore arido. Tutto sbattuto in faccia a chi si è comportato in modo esemplare durante la detenzione. Certo, Alemanno ha parlato e scritto. C’è chi ha raccolto i suoi appelli. Ma tutto questo non può essere impedito da nessuno. Ne capiranno il valore quando Alemanno uscirà dal carcere e ritroverà attorno a sé, nel suo rinnovato percorso di vita, chi gli ha voluto bene e gliene vorrà sempre. Questa fortuna, certi magistrati, non l’avranno mai.
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