Leggi il settimanale
Cerca
Edicola digitale
+

Lega, ecco le parole d'ordine che la piazza di Milano aspetta da Salvini

Foto: Lapresse

Francesco Storace
  • a
  • a
  • a

Oggi Matteo Salvini è atteso più ad una prova di forza politica che muscolare. Certo, ci sarà anche la conta sui numeri di piazza Duomo qui a Milano, ma l’attesa è più per le parole d’ordine che il leader della Lega manderà ai suoi e più in generale all’alleanza di cui è protagonista, quella di centrodestra. Non è materia da indiscrezioni, da retroscena riferiti; no, c’è lui e c’è il suo popolo che vuole sapere qual è la via da percorrere. Si è aperta la stagione che porta alle elezioni del 2027 e il Carroccio è chiamato a giocare una partita seria, a cominciare dal leale sostegno a Giorgia Meloni. Troppi rumori rischiano di nuocere alla coalizione, compresi quelli sui movimenti dell’alleato che è rimasto privo del Fondatore. La premier potrà contare sul leader della Lega molto più che nei tempi passati. Ma deve tornare il partito del nord? C’è chi spinge in questa direzione e una via di mezzo potrebbe essere quella del sostegno ai ceti produttivi. E il segnale della battaglia per ridurre il peso del patto di stabilità serve a chi crea occupazione innovativa in tutta Italia. Se Salvini riesce a impugnare questa bandiera, la sua base soffrirà ancor meno l’effetto Vannacci: e sarà più libera la discussione sul perimetro della coalizione.

 

 

Ma c’è un passo da compiere e il Capitano dovrà chiederlo a Giancarlo Giorgetti: c’è bisogno di un robusto intervento in materia fiscale, le risorse per ridurre le tasse vanno individuate. Non se ne può più. L’altro tema su cui ci si attende la Lega alla coerenza è la battaglia su sicurezza e immigrazione, che ha già visto il suo segretario federale cimentarsi in una prova ottima dal Viminale. Che, avvertenza, è inutile «pretendere» ora: se si azzeccano tutte le mosse arriveranno i voti e anche il ritorno nella postazione istituzionale che i leghisti rivendicano per Matteo. In più, l’altra partita, che è proprio quella in coalizione. È evidente che contro la Meloni si sia concentrato un insieme di vecchi poteri che vogliono farla fuori. E con lei il centrodestra come lo abbiamo conosciuto in trent’anni e passa di politica. C’è bisogno di serrare i ranghi, poi quel che serve ad ogni partito - maledizione ai «posti» - arriverà. E su questo conterà molto anche il posizionamento sulla nuova legge elettorale. Che la sinistra addita negativamente solo per slogan da offrire in pasto alla pubblica opinione; in realtà Schlein e soci sanno benissimo di dover evitare il rischio della palude del giorno dopo il voto.

 

 

Comunque vada il dibattito sulla legge e poi le elezioni, chi sta nel centrodestra una cosa prioritaria la deve fare (e non solo dire): lo schieramento non si discute, la Meloni è la leader. Se necessario ma qui nessuno ne parla anche chiedendole di offrire il suo cognome ai simboli della coalizione, almeno per chi lo vorrà. In assenza di una riforma reale, l’effetto simbolico dei partiti schierati sul nome della premier fin dalle schede elettorali sarebbe sostanziale, altro che la corsa tra i partiti della sinistra a togliersi voti per chi arriva primo. È una proposta, non certo una pretesa. Ma trovatene un’altra che abbia visivamente la stessa capacità di indicare compattezza assoluta. Non ci sono crepe se emerge la volontà di andare avanti assieme. Nella tradizione del centrodestra le legislature sono state interrotte solo da manovre di Palazzo e da governi tecnici (Dini, Monti, Draghi). Ogni volta che ha governato la sinistra ci sono stati guai. Il primo Prodi sostituito da D’Alema e poi Amato. Il secondo durò appena due anni. Vorrà dire qualcosa.

Dai blog