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Coraggio Italia: tutti in coda per conquistare maggiore libertà (speriamo). Voto e Iran, non vinca l'odio in sé

Foto: Lapresse

Daniele Capezzone
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Dati di affluenza molto interessanti e addirittura spiazzanti nella prima giornata di voto al referendum giustizia. Di più: code ai seggi, e anche una certa ressa presso gli uffici comunali e i municipi - già da sabato - per recuperare la propria tessera elettorale eventualmente smarrita. A questo punto, non è fuori dalla realtà pensare a un'affluenza finale del 60% oggi alle 15. Le previsioni della vigilia attribuivano maggiori speranze al Sì in caso di partecipazione più elevata. Ma confesso un certo grado di prudenza: in questi casi si tratta di capire chi si sia più mobilitato, quali argomenti abbiano smosso i cuori - più che le menti - e tutto è davvero possibile. Certo, con questi numeri la vittoria e la sconfitta peseranno di più: nessuno potrà parlare di una consultazione ignorata dagli italiani. Fino a sette-dieci giorni fa, prima che Giorgia Meloni facesse sentire chiaramente la sua voce, ero piuttosto pessimista: pur tra bufale e fake news clamorose, la campagna del No era stata mobilitante, mentre quella del Sì era parsa un po' legnosa e fredda. Lo squilibrio televisivo a favore del No stava facendo il resto. Nell'ultima settimana, invece, nonostante tutto, ho avuto la netta sensazione di un'inversione di tendenza: vedremo oggi se, come spero, sarà stata sufficiente.

 

 

E allora, fino alle 15, qui al Tempo ci permettiamo di suggerire: "Coraggio, Italia". Chi non si è recato ieri alle urne lo faccia oggi, e, questo è il mio auspicio, si risolva a votare Sì non solo per confermare una buona riforma ma anche come modo per conferire più forza a Giorgia Meloni in mesi, da qui al 2027, che saranno comunque difficilissimi. Si consideri anche il racconto mediatico sulla guerra in Iran - di nuovo: con una tv quasi sempre "tre contro uno" a favore delle posizioni anti-occidentali. D'accordo, Trump sarà pure urticante e divisivo: ma come si fa a non vedere la differenza tra il presidente della più grande democrazia del mondo e un regime terrorista e assassino come quello degli ayatollah iraniani? C'è voluta un'analisi di Al Jazeera per certificare che Teheran sta subendo una sconfitta devastante, diversamente dal racconto falsificato e falsificante che viene fatto circolare. Al regime è rimasta la carta disperata dello Stretto di Hormuz, nella speranza di creare il caos petrolifero. Ma anche quel delicato snodo può essere liberato e fluidificato: lo testimoniano la determinazione americana e l'azione dell'India che già protegge le sue petroliere. E se pure Nato e Ue uscissero da un immobilismo impaurito, la questione potrebbe presto essere risolta.

 

 

Ma c'è una malattia di fondo che si chiama "odio di sé", una specie di sentimento anti-occidentale che ha preso corpo e forza a casa nostra, e che sogna di trasformare l'Iran del 2026 nell'Afghanistan del 2021. Ricordate? Era l'inizio di luglio 2021 quando Joe Biden disse solennemente: "L'Afghanistan non sarà come il Vietnam. Non vedrete mai persone andar via ed essere raccolte dal tetto dell'ambasciata Usa in Afghanistan". E invece, poche settimane dopo, in una terribile domenica di Ferragosto, dovemmo assistere in mondovisione a un volteggiare di elicotteri sopra l'ambasciata statunitense per prelevare diplomatici e civili americani e occidentali e condurli in aeroporto, in una sequenza eloquente ed umiliante. Fu la vittoria dei talebani per abbandono del campo. Non a caso nel febbraio successivo Putin sferrò il colpo che sappiamo contro l'Ucraina, essendosi reso conto di quanto fosse debole il guardiano del mondo libero alla Casa Bianca. Si può apprezzare o detestare Trump, ma ora è molto meglio che il lavoro a Teheran venga concluso, e che il regime iraniano sia messo in condizione di non nuocere oltre. L'unica cosa che il governo non doveva e non dovrà permettersi è inseguire la narrazione altrui. Altrimenti si concede agli avversari un vantaggio che assolutamente non meritano.

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