Antisemitismo, il Pd esplode: Delrio guida i ribelli, scissione e fuga da Schlein
Al Nazareno hanno già aperto l’ombrello. Le previsioni parlano chiaro: nuvole nere e acqua a catinelle. La perturbazione arriverà martedì pomeriggio, con epicentro a Palazzo Madama, dove in aula approderà il testo sull’antisemitismo. I meteorologi non hanno dubbi: la nuova scontata divisione del Pd stavolta potrebbe avere esiti imprevedibili. Traduzione: dopo l’abbandono di Elisabetta Gualmini, altri potrebbero seguirla e lasciare il partito (a partire proprio dal "ribelle" Delrio). D’altronde le nuvole apparivano già all’orizzonte: in Senato, solo pochi mesi fa, sul tema era andato in scena un vero e proprio psicodramma dem.
Nel frattempo la commissione Affari Costituzionali ha "alleggerito" il provvedimento: spariscono il divieto di manifestazioni e le norme penali. Il vero detonatore però resta lì: la definizione operativa dell’Ihra. Una formula approvata in gran parte del mondo occidentale sull’antisemitismo, che la sinistra ProPal vive come un bavaglio. È la stessa definizione che aveva fatto sbandare il Pd: il capogruppo Francesco Boccia contrario a inserirla nel testo, il senatore della minoranza Graziano Delrio che ne fece il caposaldo della sua proposta. Un siparietto consumato tra crisi di nervi e tirate d’orecchie.
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Un derby interno che aveva spinto Elly Schlein a far avanzare un testo alternativo "ortodosso" per smontare il lavoro dei riformisti. A distanza di settimane, la miccia si prepara a riesplodere proprio mentre il provvedimento entra nel vivo. Non a caso il previdente presidente dei senatori dem ha fatto di tutto per rinviare, nella riunione dei capigruppo ha provato a fargli passare davanti il Media Freedom Act. Il problema, per i dem, non è solo dentro casa. M5S e Avs non hanno mai nascosto la loro contrarietà a una legge specifica sul tema. Morale: difficilmente voteranno a favore. Lo schema è invariato: Giuseppe Conte decide. Così tra i dem aleggia forte il vento dell’astensione. Con il rischio, però, che una parte del gruppo al Senato, la minoranza, decida di votare comunque sì.
Tanto più che la relatrice, la leghista Dasy Pirovano, rassicura: «L’obiettivo non è mettere il bavaglio alla critica politica, ma contrastare un fenomeno che va oltre le contingenze». Una cautela che ha animato anche il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri: «Deve essere una legge condivisa ampiamente». Con il via libera dei senatori di Fratelli d’Italia: «É stato fatto un grande lavoro di sintesi, accogliendo diversi emendamenti di opposizione al fine di cercare la massima unità possibile». Con la maggioranza anche Italia Viva. Dice il vicepresidente Enrico Borghi: «Il profilo da noi impresso al confronto funziona, su questo terreno delicato c’è uno sforzo di coesione che va rilevato. Bisogna coglierne la portata con un voto favorevole».
Insomma tutti d’accordo, tranne il campo largo. Per il Pd poi la questione non è tanto la legge in sé, quanto il posizionamento. Un vero paradosso: la definizione Ihra era stata approvata ai tempi del governo Conte II, con Boccia ministro. Poi il ciclone con la kefiah ha cambiato il clima al Nazareno. La tempesta perfetta, per il capitombolo di Elly Schlein.
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