Scontro sulla Giustizia: il giudice Cioffi: "Battaglia del No senza senso: serve riforma"
«L’effetto più rilevante è la costituzionalizzazione, per la prima volta dal 1948, della pubblica accusa all’interno dell’impianto della magistratura. Mi spiego. Nel 1948 la magistratura nasceva in un contesto in cui il pubblico ministero era sotto il controllo del ministro. In Assemblea costituente, sulla magistratura si arrivò a un compromesso, sintetizzato nell’articolo 107, comma 4, che rinviava all’ordinamento giudiziario la disciplina del pubblico ministero. Oggi si porta in Costituzione la pubblica accusa con un proprio organo di autogoverno e con una autonomia e indipendenza che prima non erano costituzionalmente previste». A dirlo a Il Tempo è Giuseppe Cioffi, giudice del Tribunale di Napoli Nord.
Perché allora le barricate?
«Perché, al di là delle formule sulla separazione delle carriere o sull’Alta Corte, ciò che realmente preoccupa è il sistema del sorteggio per l’elezione ai Consigli superiori e all’Alta Corte. Dopo il 2006 non si è passati al merito, ma all’arbitrio. È chiaro che, quando si incide su assetti consolidati, chi li detiene non è contento: non si possono invitare i tacchini alla festa del Ringraziamento e aspettarsi che siano soddisfatti».
Lei parla di “potere” dentro la magistratura. Cosa intende?
«Si agisce per evitare di perdere quello che è stato un vero potere interno. Ma magistratura e potere sono termini in conflitto logico. La magistratura è un organismo dello Stato che deve garantire autonomia e indipendenza, all’esterno e all’interno. Il potere deriva dal popolo attraverso le elezioni; noi non siamo eletti, siamo funzionari dello Stato che godono di autonomia e indipendenza come garanzia per i cittadini. Il potere implica inevitabilmente parzialità. Il percorso della riforma punta invece alla terzietà del giudice, che è precondizione dell’imparzialità».
C’è chi sostiene che la riforma metterà la magistratura sotto controllo politico.
«Il controllo esiste già quando le correnti fungono da cinghia di trasmissione con aree politiche di riferimento. Storicamente la magistratura si è opposta alle riforme con gli stessi slogan: attentato alla democrazia, vulnus alla Costituzione, pericolo per le istituzioni. Si grida all’allarme, ma senza chiarire il contenuto delle norme».
Dal punto di vista tecnico, come giudica la campagna del No?
«É una battaglia senza senso. Se arriva un attore o un cantante a dire "io voto no", mi sta bene: è liberissimo di esprimere la propria opinione. Ma se poi pretende di spiegarla nel merito tecnico, allora no. Non lo può spiegare. Che arrivi George Clooney a dire "io voto sì", può anche farmi piacere, ma non mi convince di per sé. E se poi vuole spiegare le ragioni giuridiche del suo voto, dico: lasci stare, non è il suo compito».
Il rischio è che il referendum venga usato come strumento di opposizione politica?
«Una parte dei cittadini, arrabbiata, usa questa occasione per manifestare contro il Governo o contro la politica che non condivide, aggredendo chi tenta di fare informazione e documentazione. Il mio impegno è questo: informare, non fare propaganda. Le idee devono nascere da presupposti concettualmente corretti, non da mistificazioni. Ci sono però anche comitati del No composti da magistrati che hanno un interesse specifico: evitare che il sorteggio entri in vigore e che le correnti perdano peso. Capisco che perdere il potere, una volta conquistato, non piaccia a nessuno. Ma non si può ricorrere a retropensieri, sospetti o previsioni catastrofiche come "la democrazia è in pericolo", "è un attentato alle istituzioni". Qui la democrazia viene rafforzata. La Costituzione è chiara: la magistratura è un ordine, non un potere. Noi siamo funzionari chiamati a esercitare la giurisdizione con autonomia e indipendenza, che sono garanzia per i cittadini».
È una materia complessa e spesso viene semplificata.
«Il problema vero è che sono emerse vicende che molti conoscevano. Magistrati che rivendicavano un primato etico non sono riusciti a intervenire prima che quelle dinamiche esplodessero pubblicamente, facendo parlare di credibilità».
Si riferisce al caso Palamara?
«Mi riferisco a quelle vicende: l’Hotel Champagne, le intercettazioni, i meccanismi che sono venuti alla luce. La cosa grave non è che i cittadini ne siano venuti a conoscenza, ma che noi non abbiamo saputo o voluto impedire che accadesse. Non abbiamo creato anticorpi, non abbiamo isolato quel fenomeno. Alla fine è prevalsa la logica della convenienza. E oggi molti si accodano al No per paura di perdere quella convenienza e per timore del vuoto. La novità spaventa. Eppure dovrebbe essere colta come un’opportunità per rafforzare l’indipendenza interna dei magistrati dall’influenza politica esercitata attraverso le correnti».
Cosa sarà l’Alta Corte?
«Sarà un organismo neutro, con regole disciplinari prefissate e garanzie di indipendenza. È unitaria, perché unitaria è la giurisdizione disciplinare. La legge ordinaria stabilirà criteri e composizione dei collegi. È previsto persino un grado di giurisdizione in più, quindi maggiori garanzie. Su aspetti tecnici si può discutere, ma negare l’evidenza no».
Qual è il punto che dovrebbe restare fermo nel giudizio sulla riforma?
«Come diceva Orwell, in tempo di menzogne universali dire la verità è rivoluzionario. Nessuno, né il Governo né i sostenitori del Sì, intende attaccare la Costituzione. Si tratta di costituzionalizzare ciò che prima non c’era, perfezionando l’assetto della magistratura e aprendo uno spiraglio di libertà dai condizionamenti interni e dall’influenza delle correnti. Mi aspetto che, a riforma confermata dal voto popolare, il 24 marzo venga celebrato e ricordato, come il 25 aprile, la giornata della liberazione della magistratura!».
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