
Pd, l'eurodeputata Gualmini: “C'è una richiesta a Schlein di maggior apertura. Jobs Act? va tenuto”

Elisabetta Gualmini, ordinaria di Scienza della politica all’Ateneo di Bologna, è stata vicepresidente dell’Emilia Romagna durante il primo mandato di Stefano Bonaccini. È deputata europea dal 2019 e tra le maggiori voci critiche del Pd insieme alla vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno e all’ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori. Alle elezioni del giugno scorso, è risultata la quarta candidata dem più votata nella circoscrizione nord orientale con 57.055 preferenze.
Onorevole Gualmini, il campo largo si è presentato sull’Ucraina con cinque mozioni diverse. Era successo qualcosa di simile anche al Parlamento Europeo, con l’emersione di otto posizioni diverse di voto. Non riuscite ad avere una linea comune sulla politica internazionale?
«Non è uno scandalo che su questioni importanti come l’invio di armi ci siano differenze tra i partiti e dentro ai partiti. Movimenti e posizioni pacifiste, per intenderci, ci sono in tutte le forze politiche, anche a destra. Ciò detto, il voto in Parlamento di ieri è stato unitario per il PD; il Pd ha votato compattamente la propria Risoluzione che autorizza in modo chiaro l’invio di armi in Ucraina. E si è astenuto su tutte le altre Risoluzioni, del governo e di altre forze politiche. Non vedo contraddizioni».
Ha ragione Marco Tarquinio a dire che la sua posizione sull’invasione russa ormai è maggioritaria nel Pd?
«Non ha detto proprio così. Ha detto che vede passetti in avanti nel PD e nella delegazione europea e che si compiace di un dibattito aperto. Personalmente, come è noto, non ho dubbi sul fatto che occorre sostenere in tutti i modi possibili l’Ucraina, sia per difendere la democrazia in Occidente, in un momento in cui la fascinazione per i regimi illiberali e autoritari aumenta (come nel caso di Donald Trump) sia per far arrivare l’Ucraina ai negoziati di pace in posizione di forza. Ma il Pd è un partito plurale e che ci siano posizioni diverse non mi stupisce, anzi».

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La Consulta vi ha fatto un guaio bocciando il referendum sulla autonomia differenziata? E come voterete sul Jobs Act?
«La Consulta ha agito in modo razionale. Dopo la sentenza correttiva della legge, gli stessi promotori avrebbero dovuto bloccare tutto. Invece si è andati avanti con l’idea surreale di un referendum sulla Costituzione. Un quesito svuotato proprio sui punti più rilevanti, come quello sui LEP. Ora serve un dibattito serio in Parlamento e io auspico un confronto tra maggioranza e opposizione, e non l’ennesima guerra di religione. Sul Jobs Act, penso che chiedere un plebiscito su una riforma di 10 anni fa per di più votata da tutti i parlamentari del PD sia assurdo. Oggi le questioni sono altre, il salario minimo, la sottoccupazione, la fuga dei cervelli, il caporalato digitale, nulla di ciò si risolve con un sì o un no. Parliamo di futuro e non del passato. Il Jobs Act poi è già stato modificato da una sentenza della Corte e nel caso passasse si tornerebbe alla riforma Monti del 2012 che sugli indennizzi in caso di licenziamento è peggiorativa. Un paradosso».

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Il weekend centrista ha messo in risalto il disagio dei cattolici e dei riformisti del Pd. che cosa deve fare Elly Schlein per arrivare ad una linea più condivisa? Deve nascere un partito centrista? Ernesto Maria Ruffini può essere il federatore giusto?
«Dagli incontri superpartecipati di Milano e di Orvieto è arrivata la richiesta di una nuova agenda per il PD, con maggiore attenzione alla funzione di governo che non a quella di mera opposizione. Si è parlato di politica economica, industriale, di sicurezza e protezione e naturalmente di difesa della democrazia. Rispetto alla svolta identitaria impressa legittimamente dalla Segretaria, vi è stata una richiesta di maggiore apertura e trasversalità. Altro è il discorso di una gamba moderata o riformista che federi le esperienze già in campo e che guardi stabilmente a sinistra. Ho molto apprezzato l’intervento di Ruffini, persona di altissimo livello; deciderà lui come vorrà contribuire alla costruzione dell’alternativa a Meloni».

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