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Ue, Finlandia e Bulgaria virano a destra. Ora la sinistra teme lo tsunami in Europa

Pietro De Leo
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La tornata elettorale di domenica definisce, in Europa, la solidità del trend in corso, che vede premiate le forze conservatrici. La Finlandia, appuntamento più atteso considerando sia il confine con la Russia sia l’impatto pop della prima ministra uscente (socialdemocratica) Sanna Marin ha visto affermarsi due forze di centrodestra. La maggior quota di consenso (20,6%), dunque con l’incarico di costruire una maggioranza, la ottiene Coalizione Nazionale, partito appartenente al Ppe e guidato da Petteri Orpo. Al secondo posto arrivano i Veri Finlandesi di Rikka Purra (aderente alla famiglia europea di Identità e democrazia) che si piazzano al 20,1. Subito dietro il partito di Marin, con il 19,9. Si tratta di tre partiti separati da un’incollatura, ma al di là di questo è chiara l’attrazione di consenso del blocco di centrodestra. A Orpo, ora, spetta l’onere di una trattativa che non potrà non andare oltre i confini dell’area, visto che Coalizione Nazionale e Veri Finlandesi sfiorano, ma non raggiungono, la maggioranza per poter governare. Si tratta dunque su un passaggio molto delicato (in cui il punto di caduta programmatico vede l’immigrazione come tema fondamentale) in un momento di svolta storica per il Paese: proprio oggi la Finlandia diventerà il 31° stato membro della Nato.

 

 

L’altro appuntamento elettorale riguardava la Bulgaria. Anche in questo caso il centrodestra guidato da Boyko Borisov ha vinto, sopravanzando di un solo punto percentuale l’avversario riformista, e dunque in questo caso pare protrarsi una situazione di instabilità che ha contrassegnato le dinamiche del Paese negli ultimi anni. Tuttavia, questi appuntamenti elettorali segnano una tendenza che attribuisce maggiori potenzialità al percorso di centrodestra europeo il quale, al netto dei posizionamenti delle varie forze che potrebbero farne parte, già da oggi prefigura una rottura dell’abbraccio Popolari -Socialisti nella Commissione Ue. Un percorso il cui incipit dirompente è stato segnato, senz’altro, dalla vittoria del centrodestra italiano, lo scorso settembre. Poi, in coda al 2022, c’è stata la tappa svedese. Qui, infatti, i Democratici Svedesi, che appartengono alla famiglia dei conservatori e riformisti europei, hanno segnato le cronache elettorali superando quota 20%, conquistando così 73 seggi al Riksdag. Da lì, è arrivata la scelta dell’appoggio esterno alla premiership di Ulf Kristersson che ha consentito la nascita di un governo con il Partito moderato e i Cristiano democratici, entrambi nel Ppe, e i Liberali, che invece sono nell’Alde.

 

 

Ora l’ottica va ai prossimi appuntamenti elettorali, in Polonia e in Spagna. Nel Paese mediterraneo, che andrà alle elezioni generali alla fine dell’anno, il confronto è segnato da un centrodestra potenzialmente in grado di interrompere l’esperienza di governo socialista. Ma i due partiti che lo compongono, i Popolari (PPe) e Vox (Conservatori e riformisti) negli ultimi tempi hanno allargato il solco delle loro differenze, sia a livello nazionale (i popolari si sono astenuti ad una mozione di sfiducia verso il primo ministro Pedro Sanchez, presentata proprio da Vox), sia a livello regionale (alcune frizioni si sono verificate nella comunità di Madrid su una legge in tema fiscale). Le alleanze non si fanno con il pallottoliere, ma una sintesi a Madrid sarebbe un ulteriore passo in avanti.

 

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