il fantasma di baffino

D'Alema oggi pronto a tornare nel Pd. I Democratici vanno nel panico

Pietro De Leo

Urge aggiornare pagina Facebook. Sì, quella denominata «L’ombra di D’Alema» e ferma al 2021, che ironizzava sul grande genere politico -giornalistico che tante pagine ha compilato sulle trame politiche più o meno sotterranee riconducibili all’ex Presidente Ds. Ora, infatti, l’ombra di D’Alema torna ad essere evocata, temuta, esorcizzata nel faticosissimo nuovo corso del Pd. L’Assemblea nazionale, che ha segnato il capitolo finale della leadership dem di Enrico Letta e il passaggio preliminare prima del congresso, ha infatti sancito il ritorno in famiglia di Articolo 1. Traghettatore è Roberto Speranza, tutt’ora attivo in Parlamento. Ma sullo sullo sfondo si stagliano Pierluigi Bersani (fuori dalle Camere ma molto partecipe nei dibattiti televisivo) e appunto D’Alema, che però è impegnato oramai su altre attività, tra impresa e consulenza.

  

Un retroscena de La Stampa pubblicato ieri ipotizza addirittura un patto tra Letta e Speranza, dal contenuto semplice semplice: voi rientrate ma del fu leader Massimo neanche a parlarne. Fatto sta che ieri una certa inquietudine serpeggiava nei rumors in zona piddina, al punto tale che è arrivata una mezza smentita ufficiosa, da fonti dei due partiti. «In merito a odierne ricostruzioni di stampa, si precisa che nella costituzione del percorso costituente che ha portato all’approvazione del Manifesto del nuovo Pd mai tra Enrico Letta e Roberto Speranza si è fatto riferimento a singole personalità e tanto meno a Massimo D’Alema».

Una formula che non dice granché, e anzi si presta ad una doppia lettura: il discorso dell’ex Presidente del Consiglio non è stato affrontato perché non ce n’è nemmeno bisogno vista la nuova vita di D’Alema oppure perché non ci sono in realtà preclusioni? A fugare i dubbi arriva il diretto interessato, ieri sera, raggiunto al telefono dall’Ansa: «Davvero non saprei cosa rispondere» sulla questione «perché io sono in pensione, da almeno 7 anni. Non so davvero come posso partecipare al dibattito. Ripeto, sono in pensione». Si schermisce, certo. Ma incassa una piccola vittoria politica. Perché nulla di più robusto si materializza quando si torna protagonisti a causa delle evocazioni altrui. Mistero dalemiano a parte, però, questo «giallo» politico conferma l’avvitamento del Pd. Che si propone di guardare al futuro ma si riscopre drammaticamente impantanato nel passato. E la sensazione è di un deja-vu. Si torna al 2017, al nodo dei «bersaniani» e al modo per farli sentire a casa.

Stavolta, ci provano con un manifesto dei valori compilato alla bisogna, che sarà cambiato o forse no. E invece di parlare del posto del Pd nel mondo, del destino della sinistra italiana a fronte di un’epoca in vorticosa evoluzione, ora il palpito dei cuori, i timori e le ansie sono sul destino di chi fu presidente del Consiglio nel 1999 e ministro degli Esteri nel 2006. E visto che è tornato di moda pure il comunismo, origine orgogliosamente rivendicata dal probabile prossimo Segretario Stefano Bonaccini, il sol dell’avvenire fatica a splendere. Oscurato, forse suo malgrado, da un’ombra. La solita ombra.