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Elezioni politiche 2022, col taglio dei seggi scatta la caccia alla poltrona

Carlantonio Solimene
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Chissà se Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio se ne sono pentiti. Furono loro due - allora rispettivamente segretario Pd e capo politico del M5S - a siglare nel 2019, contestualmente alla nascita del Conte bis, l’accordo che avrebbe favorito lo sprint finale alla riforma costituzionale che tagliava i parlamentari da 945 a 600. I grillini chiesero ai Dem una «prova d’amore» per celebrare un’alleanza invisa ai rispettivi elettorati. A Di Maio, però, il governatore del Lazio strappò una promessa: subito avrebbe dovuto esserci una riforma elettorale in senso proporzionale, altrimenti si sarebbero creati dei problemi di rappresentanza nelle regioni più piccole. Nelle quali l’opposizione avrebbe rischiato di non eleggere neanche un rappresentante.

Si sa che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. E così l’auspicata riforma elettorale non è mai arrivata. Perché prima è cambiata la maggioranza con la caduta del Conte bis, poi la legislatura è terminata anzitempo con le dimissioni di Draghi. Così si è tornati punto e a capo. Non solo il nuovo Parlamento vedrà la luce senza che si siano adeguati i regolamenti delle Camere. Ma il taglio drastico dei seggi renderà praticamente una lotteria l’elezione in una buona parte delle Regioni. Praticamente tutte a eccezione della Lombardia, dove il numero di poltrone a disposizione, 95 tra Camera e Senato, è rimasto abbastanza cospicuo.

A farne le spese, per cominciare, potrebbero essere proprio Zingaretti e Di Maio che, se correranno nei rispettivi territori di riferimento e si candideranno nei collegi uninominali, rischiano seriamente di restare fuori. Anche perché, coi pochi seggi a disposizione, sarà più difficile ottenere quel «salvagente» nel proporzionale che, in genere, chiede chi si misura nei collegi a rischio.

Il tema, in realtà, riguarda tutti i partiti. L’unica forza politica a poter garantire ogni uscente è Fratelli d’Italia. Che, in base a una simulazione realizzata dal Sole 24 Ore su un sondaggio Ipsos dello scorso 17 luglio, eleggerà una quota tra i 162 e i 134 parlamentari. Considerando che adesso ne vanta solo 58, Giorgia Meloni compilerà le liste con una certa rilassatezza.

Enrico Letta deve invece ringraziare la scissione di Italia viva. Perché ha una quota residua di 136 palamentari e potrà eleggerne tra i 155 e i 112. Dovrà fare i conti, però non solo con i posti promessi agli eventuali alleati (Roberto Speranza in primis) ma anche con chi vuole entrare per la prima volta in Parlamento sottraendo posti agli uscenti. Come Zingaretti, appunto.

Anche Forza Italia dovrà sottoporsi a una «dieta» di rappresentanza. Passerà infatti dagli attuali 99 parlamentari a una quota compresa tra 78 e 31. Si capisce perché Berlusconi abbia accolto senza tanti rimpianti gli addii di Brunetta, Gelmini, Cangini, Vito e altri. Si è risparmiato qualche «no» che sarebbe stato accolto a malincuore. Mentre in casa Lega si rimpiange il fallimento del tentativo di andare al voto nel 2019, quando nei sondaggi il Carroccio superava quota 30% e il taglio dei parlamentari non aveva ancora ottenuto il via libera definitivo. Oggi, invece, Salvini dovrà accontentarsi di una quota tra i 122 e i 100 eletti. Rispettivamente 70 o 92 in meno degli attuali. Difficile sapere chi ne farà le spese. Di fatto, però, tutti quelli che hanno manifestato malcontento per la linea del segretario - Giancarlo Giorgetti in primis - ora non stanno dormendo sonni tranquilli.

Il clima più teso, però, si respira nel Movimento 5 stelle. Che nel 2018 elesse oltre trecento parlamentari, oggi ne vanta 165 e ne confermerà, per i sondaggi, appena tra i 90 e i 50. È uno dei motivi per cui i grillini con una sola legislatura non vogliono deroghe al tetto dei due mandati (che già eliminerebbe diverse decine di «concorrenti») e in tantissimi vedono di cattivo occhio l’inserimento in lista dei vari Alessandro Di Battista o Virginia Raggi (che di mandati, in quel caso, ne avrebbe fatti addirittura quattro...). Seggi, insomma, ce ne sono per pochissimi. E anche tra i pentastellati, a riguardare la foto in cui Luigi Di Maio festante tagliava lo striscione con le poltrone in piazza Montecitorio, c’è chi oggi mastica amaro. Sospirando: «Chi ce lo ha fatto fare...».

Nota a margine: i parlamentari, per i partiti, sono anche soldi, sottoforma di contributi pubblici ai gruppi. Valgono, infatti, 50 mila euro l’uno all’anno alla Camera, 60mila al Senato. Tagliarli con così tanta leggerezza non è stato un buon affare neanche dal punto di vista economico.

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