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La verità in una foto. L'Italia non conta nulla

L'imbarazzo di Conte che cerca posto in prima fila al vertice di Berlino. Senza trovarlo

«Aggiungi un posto in prima fila, che c’è un amico in più...». Ah, se in Europa conoscessero meglio Garinei e Giovannini, storico duo del musical all’italiana... Purtroppo, si sa, in Germania vige la ferrea legge dei numeri e non c’è spazio per un po’ della cara vecchia flessibilità nostrana.

Così, al momento della photo-opportunity in occasione della Conferenza di Berlino sulla crisi libica, i leader si sono disposti in due file e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, arrivato per ultimo (farsi attendere, d’altronde, è uno dei trucchi più antichi per sembrare importanti) ha cominciato a cercare compulsivamente la targhetta per terra che indicasse la sua postazione. Prima ha puntato in alto, controllando se fosse stato sistemato tra il segretario generale dell’Onu Antònio Guterres e il presidente russo Vladimir Putin, ma niente da fare. Così è tornato sui suoi passi e ha provato a scorgere la sua targhetta tra le suole del francese Emmanuel Macron e quelle del turco Racip Tayyip Erdogan, ma anche in questo caso è rimasto deluso. Infine si è diretto spedito accanto alla padrona di casa Angela Merkel. «Vuoi vedere - avrà pensanto - che la cara Cancelliera, con la quale ho già passato divertentissimi momenti in altri consessi internazionali, ha deciso di piazzarmi proprio al suo fianco?». Speranza vana, la Merkel stava gomito a gomito con Macron e Guterres.

A quel punto, dopo una ventina di secondi di girovagare imbarazzato - già diventati, peraltro, un filmato cult su internet - Conte si è arreso all’evidenza. Non solo il posto per lui in prima fila non c’era. Ma in seconda fila era stato sistemato in posizione defilatissima, tra gli sconosciuti ai più Josep Borrell (commissario agli Affari esteri della Ue. Il nuovo Mogherini, sostanzialmente) e il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed Al Nahyan.

Soltanto un caso, si dirà. Ma non è così. Perché nella prima fila c’erano tutti i capi di Stato, persino gente come Boris Johnson, Erdogan e Putin, non proprio amatissima dalle cancellerie europee. E pure il congolese Denis Sassou Nguesso. Mentre Conte condivideva la retroguardia con le seconde file della diplomazia. Ministri, segretari di Stato (lo statunitense Mike Pompeo) e rappresentanti di enti sovranazionali.

Ai retroscenisti il compito di scoprire se si è trattato semplicemente di scarsa considerazione o di un vero e proprio sgarbo diplomatico. Qui preme far notare che l’Italia e il suo governo ci hanno messo del proprio per meritarsi un trattamento simile. Basti pensare all’incredibile gaffe diplomatica commessa l’8 gennaio scorso, quando Conte tentò il colpaccio di far arrivare lo stesso giorno a Palazzo Chigi i due attori principali della crisi libica, Khalifa Haftar e Fayez al-Sarraj, salvo far infuriare quest’ultimo, legittimo presidente a Tripoli, per la precedenza accordata - senza avvisarlo - al generale «usurpatore». Gli esperti di diplomazia hanno parlato di clamorosa leggerezza, fatto sta che da allora l’Italia rincorre affannosamente un ruolo centrale nel Mediterraneo che, a onor del vero, non ricopre più da molto prima che a Palazzo Chigi arrivasse l’«avvocato del popolo».

Ironia della sorte, nel commentare l’esito interlocutorio del vertice Conte ha garantito che «l’Italia è disponibile a essere in prima fila per quanto riguarda un impegno di responsabilità per il monitoraggio della pace». Se non nelle foto, insomma, almeno sul fronte l’obiettivo è riscattarsi. A parziale consolazione del premier, il fatto che, a occhio e croce, la Conferenza di Berlino non passerà alla Storia. Un po’ come il vertice di Palermo, l’11 novembre 2018, quando Conte si fece immortalare mentre univa le mani di al-Sarraj e Haftar. Appena cinque mesi dopo l’esercito nazionale libico del generale ha scatenato l’avanzata su Tripoli.

Da questo punto di vista ha ragione il premier quando dice che «mi rifiuto di pensare che su un dossier per noi fondamentale come la Libia il dibattito pubblico possa essere orientato da una photo opportunity». Giusto, la diplomazia non si fa con gli scatti, ma con il lavoro, le relazioni e la credibilità che si costruiscono negli anni. Certo, poi ci vorrebbe anche un ministro degli Esteri esperto, ma questa è un’altra storia...

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