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Martinelli: "Forza Italia? È un ex partito"

Il deputato già di An e oggi in FI: "Con l’addio di Verdini il progetto è definitivamente morto"

Dici Marco Martinelli e rievochi l'epopea della destra gloriosa della Seconda Repubblica, a Roma, nel Lazio e non solo. Perché Martinelli è un nome di primo piano di quella che fu An. Una storia che lui rivendica con orgoglio e con un misto di malinconia, quando ti elenca tutti gli incarichi che ha ricoperto nel partito post missino. «Praticamente – scherza - mi è mancato solo di fare il Presidente nazionale. Il resto delle caselle le ho occupate tutte. Dal coordinatore provinciale in su. Però avevo anche un lavoro mio», puntualizza, «la politica, prima di essere parlamentare, la facevo da volontario». Martinelli ora è in Forza Italia, per effetto di quella che viene comunemente chiamata diaspora degli ex An. Tema che lo rabbuia, e non poco: «Sa, io faccio politica da quando ho quattordici anni – spiega - E per la prima volta in vita mia sto pensando di smettere».

 

Come mai?
«Forza Italia ormai è un "ex partito", nel senso che del partito non ha più nulla. L’ultima conferma la abbiamo avuta con l’addio di Verdini. Chi, come me, ha sempre vissuto i partiti strutturati, vede in questo addio, l’ennesimo, il colpo di grazia ad un progetto».

 

Lei parla di colpo di grazia. Evidentemente, quindi, c’è stata una morte graduale.
«Sì. Ovviamente il punto di partenza è stata l’uscita di Fini dal Pdl. Man mano, sono venuti meno meccanismi di controllo, regole. E poi il ritorno a Forza Italia è stato deleterio. Quanto meno, con il Pdl c’era la possibilità di veder rappresentate diverse anime e sensibilità politiche. Ora non c’è più niente. Forza Italia non ha una direzione nazionale, un’assemblea nazionale; non ha coordinatori regionali, provinciali e di circolo che siano stati eletti. C’è solo un comitato di presidenza voluto da Berlusconi. E nessuno fa niente. Rimane tutto com’è».

 

Oddio, mica tanto. Berlusconi dice di voler fare un progetto nuovo. Con tutti i professionisti, gli imprenditori. Pare si chiamerà «Altra Italia».
«Sì, è vero. Non vuole più i vecchietti».

 

È un progetto credibile secondo lei?
«Secondo me no. Berlusconi ha avuto più volte la riprova che puntare troppe fiches su persone totalmente digiune di politica non funziona. Io non ritengo che fare il politico debba essere un lavoro. Ma sono convinto che l’esperienza sia un valore aggiunto, non un fattore frenante».

 

E il cosiddetto cerchio magico è un valore aggiunto o no?
«Guardi, sono cose di cui non mi interesso. Anche perché ritengo che Berlusconi sia una persona troppo intelligente per farsi manipolare da qualcuno. Però mi piacerebbe fargli notare una cosa. Se si guarda intorno, Berlusconi potrà accorgersi che tutte le persone della prima ora, per vari motivi, sono andate via. È rimasto solo Antonio Martino, un uomo coltissimo che muove sempre critiche intelligenti. Io provai a far ragionare Fini sulla stessa cosa quando stava per creare Fli. Gli dissi: Gianfranco, gli amici veri non li hai più accanto, mentre quelli che adesso vogliono fare con te questo nuovo partito, in An ti contestavano».

 

È la seconda volta che cita Fini...
«Sono convinto che la rottura tra lui e Berlusconi si poteva evitare. I due, negli anni, hanno avuto momenti di scontro molto acceso, ma anche un feeling bellissimo. Sia ben chiaro, io non approvo ciò che ha fatto Fini. Ma credo che se i cosiddetti colonnelli gli fossero stati un po’ più vicini nel momento di passaggio tra An e Pdl, tutto questo non sarebbe accaduto».

 

In che senso?
«In quel periodo tutti gli esponenti della vecchia An avevano degli incarichi molto importanti. Gasparri era Presidente del gruppo Pdl al Senato. Matteoli e La Russa erano ministri. Ognuno aveva dei ruoli totalizzanti. Io Matteoli lo conosco da 25 anni, eppure quando era ministro avevo difficoltà a parlarci. Proprio perché svolgeva il suo compito con grande dedizione. Fini aveva individuato delle criticità nel passaggio tra An e Pdl, ma forse fu lasciato troppo solo ad affrontare quella fase».

 

Lei si è pentito di aver sciolto An?
«No. Il Pdl fu un’operazione politica riuscita, che dimostrò di avere un grandissimo gradimento elettorale. Che c’entra... An la sentivo un po’ mia, perciò sul lato affettivo un po’ mi creò dispiacere. Ma scioglierla per andare a fare il Pdl fu una scelta giusta, e molto sentita anche dal nostro congresso. Più o meno duemila delegati si pronunciarono a favore. A parte Menia che si astenne».

 

Va bene, questo è il passato. Pensiamo al domani. A destra c’è un po’ di movimento. Tutti aspettano la convocazione della Fondazione An ad ottobre.
«Sì c’è un tentativo in corso. Ma non credo si possa fare An con il 5% dell’An di prima».

 

Che vuol dire?
«Quando creammo il cda della Fondazione, di cui anche io faccio parte, eravamo tutti di An. E la Fondazione partì con oltre 1000 iscritti. Oggi, dopo varie traversie, saranno più o meno la metà. Di questi, a ottobre ne verranno forse non più di 300. Secondo lei 300 persone possono decidere il futuro dell’ex An?»

 

E allora che si fa? La destra è condannata a essere morta?
«No. Serve un’ operazione che non sia residuale. Ha visto Fratelli d’Italia? Nel suo logo ha quello di Alleanza Nazionale. Eppure arranca, fa una gran fatica a raggiungere il 3%. Quello che intendo dire è che non puoi rifare An senza quelli che una volta stavano in An. A partire dal suo presidente».

 

Di nuovo Fini. Ma a destra lo vogliono?
«Ci sono molti sentimenti critici verso di lui. È chiaro che da tutta la vicenda non è uscito bene, anzi. Sia sul piano politico, sia su altri piani, basti vedere la questione casa di Montecarlo. E poi dovrebbe fare una chiara e seria autocritica». Ma, oltretutto, non sarebbe il caso di dare spazio ad una nuova generazione? «Sì, certamente. Infatti dopo si dovrebbe aprire a delle risorse nuove. Ma prima va creato un punto di re-incontro».

 

Comunque, tornando all’oggi, lei è in Forza Italia. Cosa direbbe a Berlusconi?
«Prima di tutto, decidere una linea politica, che non c’è. Dobbiamo stabilire per una buona volta se siamo favorevoli o contrari alle riforme. E poi, altri argomenti, l’Euro e l’Europa. In questi mesi nel gruppo alla Camera si tifava per Tsipras mentre in quello a Bruxelles si tifava per la Merkel. Altra cosa, direi a Berlusconi di rimettere mano ad una struttura sul territorio».

 

C’è speranza di riprendere un po’ di slancio?
«Secondo me, al momento, no».

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