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Salvare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per salvare se stesso

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Labattaglia di Pier Luigi Bersani è tutta qui. Il segretario dei Democratici è alle corde. Ancora una volta vittima del fuoco amico. Da un lato c'è la Cgil, la sua voglia matta di sciopero generale, e la necessità per il maggior partito di opposizione che in questi giorni ha duramente criticato la manovra anti-crisi del governo, di criticarla fino in fondo. Almeno fin dove arriva Di Pietro, alla piazza, appunto. Dall'altro ora «i rottamatori», ora «i riformisti», finanche «i quarantenni del Pd», che allo sciopero, invece, non credono. Non in questo momento, per lo meno. Così, il compagno Bersani prende il coraggio a due mani e, di buon mattino, si presenta in «visita privata» nientepopodimenoché al meeting di Rimini. Microfoni e taccuini lo intercettano. Il segretario del Pd rivela subito il suo obiettivo: vuole intercettare Giulio Tremonti (il suo intervento chiude la kermesse di Comunione e Liberazione), e chiedergli di cancellare dalla manovra il «pacchetto lavoro», stralciando l'articolo 8 che rinforza la contrattazione aziendale rischiando di creare «un disastro». È lì per spiegare al ministro dell'Economia che è necessario «togliere o cambiare» una norma che andrebbe a «distruggere l'unica cosa positiva fatta negli ultimi sei mesi», cioè l'accordo sulla rappresentanza siglato da tutte le parti sociali il 28 giugno scorso, dopo mesi «di conflitti e divisioni». Il faccia a faccia tanto cercato arriva. I due si confrontano per una decina di minuti. Poi il segretario del Pd riferisce che Tremonti sul tema «non si è chiuso», anzi, è sembrato «abbastanza aperto». È abbastanza. L'attacco alla norma sul lavoro lanciato da Bersani rilancia lo scontro tra maggioranza e opposizione sulla manovra. Alle parole di Bersani, infatti, segue un botta e risposta a distanza con il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, sostenuto da tutto il Pdl che bolla il segretario come «vice della Camusso» e «succube della Cgil». A scatenare le ire del ministro, in primis, la - supposta - apertura da parte di Tremonti a rivedere la norma che riconosce alla contrattazione di secondo livello la possibilità di derogare dai contratti nazionali e anche dalle leggi (ad esempio sul licenziamento). Bersani «non può chiedere solo a Tremonti, che peraltro ha contribuito all'elaborazione della norma» sbotta il ministro del Lavoro. Dovrebbe invece chiedere «al governatore della Bce Trichet» che più volte ha «suggerito all'Italia il potenziamento della contrattazione aziendale e il superamento della cosiddetta rigidità in uscita». Oppure dovrebbe chiedere «alle parti sociali» che «ad eccezione» del sindacato guidato da Susanna Camusso hanno condiviso «la fiducia in esse riposta». Pronta la replica di Bersani: «Più che sulla Cgil, sono appiattito sulla positiva intesa del 28 giugno» che «un governo responsabile dovrebbe difendere e non mettere a rischio». E a stretto giro la contro-replica di Sacconi, che sottolinea come l'articolo 8 sia «coerente» proprio con «quel patto del quale costituisce un evidente sviluppo». E mentre Sacconi incassa il sostegno della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che chiede che la misura resti nella manovra perché appunto «coerente» con l'accordo di giugno, il Pdl, in coro, sostiene la linea del ministro, avvertendo, come fa Gaetano Quagliariello che sul capitolo lavoro «non si tratta». Il tentativo del soldato Bersani, insomma, fallisce. Il segretario viene catapultato di nuovo al centro della sua battaglia: sciopero sì o sciopero no? «Il Pd sarà presente a tutte le forme di protesta sulla manovra economica - spiega allora - Leggo anche in casa mia una discussione che non capisco», aggiunge. All'inaugurazione della festa democratica a Pesaro il leader prova a sentirsi ottimista: «Siamo adesso il primo partito del Paese», spiega ai suoi fan. Già, il partito degli indecisi.

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