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Pugno di ferro sugli evasori

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Altrimentiil sacrificio notevole a cui andranno incontro i cittadini, ma in particolare quel ceto medio che è la spina dorsale del Paese, si sarà rivelato vano per l'ennesima volta. Non è «giustizia sociale» che il cosiddetto contributo alla solidarietà, qualunque ne sia la formulazione, finisca per pesare solamente sulle spalle dell'uno per cento degli italiani, tanto pochi sono quelli che dichiarano un reddito sopra i centomila euro all'anno. Pur essendo l'economia reale italiana la sesta al mondo per ricchezza prodotta (e la terza nell'Europa che ha sollecitato la svolta al nostro Paese). Cambiamo pagina, allora, ma in tutti i sensi. E questo significa elaborare una legislazione che consenta non tanto di individuare coloro che s'infischiano di pagare le tasse, o che ne pagano meno del dovuto (non è così arduo smascherarli, ormai), ma di colpirli subito, di colpirli anche sottraendo loro i beni acquisiti grazie al comportamento illegale e immorale. Si dirà: non bastano le leggi per modificare il costume, purtroppo diffuso, di non rilasciare ricevute né di pretenderle, per fare un facile esempio «di massa». Si disse la stessa cosa - ricordate? -, all'epoca in cui entrarono in vigore le leggi rispettivamente per rendere obbligatorio il casco in motocicletta e per proibire di fumare nei locali pubblici. «Figurarsi, non serviranno a niente: gli italiani sono degli inguaribili anarchici», era il comune ritornello. Invece quei provvedimenti hanno cambiato abitudini inveterate, perché oltre che anarchici, gli italiani sono anche intelligenti, e sanno quand'è il momento di rimettersi in discussione. Con una forte campagna istituzionale di informazione che accompagnasse una nuova e rigorosa legislazione contro gli evasori, il fenomeno diminuirebbe presto e in maniera drastica. E quell'uno per cento di connazionali, che oggi include sia i molto ricchi, sia i semplici benestanti dopo una vita di lavoro, diventerebbe un bacino più ampio e più equo a cui fare riferimento non soltanto nell'ora della difficoltà. Se gli evasori sapessero che rischiano di finire in carcere (non con le pantofole ai domiciliari, quando vi finiscono), se si rafforzasse la consapevolezza che chi paga le tasse lo fa per avere buoni servizi e perché ama la sua gente e la sua patria, non già per consentire al vicino di casa lo yacht avendo dichiarato pochi spiccioli all'Ufficio Entrate, saremmo alla rivoluzione fiscale. Far pagare le tasse a tutti, in maniera equa e proporzionale a quel che fa lo Stato per i cittadini, dev'essere il cardine di qualunque riforma «strutturale». Questo è il momento migliore per provarci sul serio. Italiani che mettono il casco, che non fumano al ristorante e che pagano le imposte: roba da credere!

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