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Io, ex di sinistra, su quel treno con la «bomba»

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Quotidianodelirio in un'Italia pervasa e attraversata da furori non eroici, ma gonfi di incanaglimento e risentimento stantio. Povera patria, cantava anni fa Franco Battiato. Da tempo mi domando cosa diavolo debba fare un cittadino comune, che lavora, studia e manda avanti la famiglia e baracca italiana per vivere tranquillo. Da tempo mi domando - da ex uomo di sinistra - perché mai l'attuale sinistra inneggi sempre al prurito eversivo o, in qualche modo, giustifichi sempre chiunque meni fendenti piazzaioli contro il Sistema, senza accorgersi che di quest'ultimo essa è nerbo costitutivo e cemento ideologico. Dovrebbe essere cemento (non) armato, magari, ma, da più parti, leggo, vedo, sento, annuso che queste semplici riflessioni dettate dal buon senso e dal comune sentire razionale sono stigmatizzate come fruste reazionarie. Insopportabile questo clima di sottovalutazione di tutto quel che può spaccare la società, e proviene sempre dalla sinistra salottiera. Che definisce "becero" ogni appartenente alla maggioranza silenziosa, che esiste ancora, eccome se esiste. Un amico, qui al Formez, mi ha detto della bomba non esplosa sulla metro B, e proprio quello stesso amico aveva criticato la destra delle botte e del regime, pronta a scagliarsi addosso ai giovani manifestanti. Ma anche lui appartiene, come me, al popolo che lavora e si è domandato: «Ma che sta succedendo?». Un altro si trovava con me su quel trenino e stava parlando, stamattina, con il vivace costumista di Renato Zero, ecco mi dice: «Potevamo saltare in aria». Punto. Si tratta di uno «de sinistra», legge «La Repubblica», ma mantiene quel sano gusto delle evidenze e dei pericoli mortali, che l'ideologia fanfarona e stolida cancella dalle teste delle persone, ogni qualvolta si tratti di toccare il clima e le soggettività sociali - come dicono da quelle parti - in movimento, troppo movimento, per i miei gusti. E non solo per i miei. Viviamo in un Paese che manda a zonzo i picchiatori dei poliziotti, che sta cestinando il senso elementare dell'autorità e che, domani, vedrà forse molti poliziotti con la testa piena di paure nel fronteggiare i barbari dalle mille provenienze. Si chiamano moltitudini e sto scrivendo da un toto che trattasi di altro rispetto alle Brigate Rosse, anche alle nuove Br, e rispetto alle formazioni storiche. Ma trattasi pur sempre di gente che può essere molto pericolosa e per molto meno delle orde «desideranti» del '77. Io a queste cose ci penso, da anni, e ogni volta che passo un guado storico oppure salgo su una metro non posso fare a meno di scorgere sui volti di questi ragazzi un'effigie nitida di smarrimento, un voltarsi angolare, acuto, disordinato, rispetto agli sguardi adulti e, dunque, alle responsabilità. Se lo dici, sei ancora un «fascista»; se non lo scrive uno «de sinistra», fai schifo e devi tornare nella fogna; un amico caro e geniale come lo storico Virgilio Ilari mi diceva proprio due giorni fa: «In fondo, sei rimasto un po' di sinistra». Rispondo: «È anche per questo che non perdono questa sinistra». Non è la sinistra del socialismo storico, né del rigoroso PCI di Amendola. Non è Nenni, non è Craxi: che cazzo è? È quella poltiglia caldeggiante la paghetta ai «ggiovani» e la scorta ai vecchi a rischio. La contro-Italia. Sì, davvero povera patria.

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