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L'appoggio a Lombardo fa litigare Bindi e Bersani

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GaetanoMineo Spacca anche i vertici nazionali del Partito democratico, la presenza del Pd nel quarto governo Lombardo. E così se a meno di quarant'otto ore la presidente Rosy Bindi ha tuonato la cacciata dal governo della Sicilia dei democratici, poco più di settantadue ore fa, il segretario Pierluigi Bersani ritornava a ribadire, di fatto, la presenza del Pd nella giunta presieduta da Raffaele Lombardo. Dunque, è bufera nel Pd da quando è scoppiato il terremoto giudiziario nell'isola per l'inchiesta relativa a intrecci tra politica e mafia e che vede, tra l'altro, coinvolto il governatore Lombardo. In "casa" Bersani, in sostanza, si litiga tra chi vuole rimanere attaccato alle poltrone siciliane e chi, invece, vuole staccarne la spina. Senza sottovalutare gli attendisti stile vecchia diccì, che aspettano l'evolversi dello scenario per passare o no il Rubicone. «Non è stando solo nella stanza dei bottoni che si allarga l'elettorato del Pd nell'Isola», tuona la Bindi alla quale va riconosciuto che da sempre si è detta contraria all'alleanza con Lombardo. Poi la stoccata finale: «Il Pd al di là degli aspetti giudiziari non può continuare a sostenere un governatore che gestisce il potere in un modo che nulla ha a che fare con i nostri valori». Ma c'è soprattutto imbarazzo nel partito di Bersani dato che la legalità è ritenuta dai democratici un cavallo di battaglia. E proprio Bersani è quello che - al contrario della Bindi - a tutt'oggi sostiene i suoi nel governo Lombardo: «Il Pd siciliano - ha detto il segretario nazionale - ha fatto le proprie scelte anche rapportandosi con il partito nazionale. Bisogna seguire con attenzione l'evolversi della vicenda politica». A questo punto sembra aver ragione Walter Veltroni (anch'egli nel coro dei no a Lombardo) quando ha tuonato che Pd è senza bussola. Lunga la lista degli esponenti di rilievo del Pd che vogliono staccare la spina al governo Lombardo. Come il senatore Enzo Bianco che parla di "autosospensione" dal partito se non si esce dal governo siciliano. Finanche, Nicola Latorre, vice capogruppo dei senatori democratici e uomo vicino a D'Alema, richiama alla riflessione: «Chi pensa di scambiare i nostri voti a Palermo con quelli che il Mpa detiene a Roma - ha detto il senatore - si sbaglia di grosso».

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