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Se l'Unità d'Italia non è una festa

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Primache si scatenino i due conflitti fra chi considera vergognoso l'esilio dei morti e chi no, e fra chi esigerà il Pantheon per la nuova sepoltura e chi no, fischiamo subito un «fermi tutti»: sapranno, i signori contendenti, che in realtà non ci sarà alcuna festa per celebrare i 150 anni dell'Italia politicamente unita? Avranno riferito al ministro La Russa che il governo ha, nel frattempo, cancellato la celebrazione prevista il 17 marzo 2011? Gli avranno detto che il ricordo di quella ricorrenza, cioè la data in cui nel 1861 il primo atto del nuovo Parlamento italiano era la proclamazione del Regno d'Italia, è stata declassata e degradata a «solennità civile»? Ebbene sì: salvo contrordini, il 17 marzo non si festeggerà un bel niente. Scuole, uffici pubblici e tutto il resto resteranno aperti come sempre. Come voleva - ma guarda che coincidenza... - la Lega, contraria a spendere denaro per celebrare l'Unità nazionale. A tal punto che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dovette intervenire per ammonire: «Celebrare l'Unità d'Italia non è tempo perso né denaro sprecato». Parole al vento, se il governo non cambierà l'improvvida decisione. «Abbiamo gabbato il santo prima della festa», ha commentato con amara ironia Giuliano Amato, che è proprio il presidente del comitato per i festeggiamenti, e che ha dato questa notizia, dopo averla appresa a sorpresa, senza provocare reazioni da parte di qualcuno. Come se, celebrare o no il compleanno della patria, fosse un capriccio. Come se, investire pochi euro per ricordare e ricordarci da dove veniamo, e soprattutto dove vogliamo andare, fosse un peso insostenibile nell'era della crisi ormai alle spalle. Se questa scelta anti-italiana non venisse rivista e corretta, l'Italia continuerebbe a essere l'unico Paese al mondo che non celebra la propria indipendenza nazionale. Non lo fa il 25 aprile, che è festa della Liberazione. Non lo fa il 2 giugno, che è festa della Repubblica. Lo faceva, e giustamente, il 4 novembre, la «giornata della Vittoria». Vittoria al termine dell'immane sacrificio nella prima guerra mondiale (novecentomila fra caduti e feriti gravi), che suggellava i sogni inespressi del Risorgimento, con la liberazione di Trento e Trieste e l'acquisizione del confine naturale del Brennero. Quell'anniversario della Vittoria nel corso degli anni fu ribattezzato «giornata dell'unità nazionale e delle Forze Armate». Ribattezzato, ma incredibilmente abolito dal calendario delle feste: non c'erano soldi per la patria. Introdurre la novità del 17 marzo rappresentava una tardiva riparazione a questa mancanza di memoria, e di memorie. Governo, se ci sei batti un colpo e dì, alto e forte: è qui la festa.

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