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Berlusconi alza la diga per fermare la corrente

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Impedire il dissenso non si può impedire. Certo però che l'idea di avere una minoranza all'interno del Pdl a Berlusconi fa venire l'orticaria. E dunque, che fare a questo punto? Intanto si aspetta la direzione nazionale di domani, quando, secondo Berlusconi, davanti a tutto il gotha di via dell'Umiltà, si vedrà chiaramente come stanno le cose: la maggioranza e la minoranza. Ci sarà poi l'intervento di Fini, da ascoltare con attenzione e semmai replicare. La riunione di domani quindi dovrebbe dunque costituire il grande campo di battaglia sul quale misurare le rispettive forze e la nascita ufficiale dell'opposizione interna. Ma di certo Berlusconi non è disposto a incassare senza reazioni la prima frattura all'interno del Pdl. Rientrato a Roma, e subito dopo aver incontrato il presidente libanese Saad Hariri, organizza una riunione a Palazzo Grazioli con i vertici «degli amici» della Lega (per discutere degli assessorati delle regioni del Nord) e quelli del Pdl (assente il non invitato finiano Italo Bocchino). Dato significativo: erano presenti anche Gianni Alemanno (uno dei principali mediatori tra Berlusconi e Fini) e Altero Matteoli. Sulla carta, l'oggetto dell'incontro era proprio l'organizzazione «complessa» della direzione di domani: i contenuti politici, i partecipanti, la scaletta degli interventi. Su questo ultimo punto, tra l'altro, gli organizzatori hanno avuto qualche problema. Già perché, Fini, che parlerà al partito per la prima volta dal congresso fondativo, aveva chiesto di intervenire dopo Berlusconi e quindi chiudere lui la direzione. E invece, come da programma, chi chiuderà i lavori sarà proprio il premier. Sullo sfondo del vertice a Palazzo Grazioli ovviamente la corrente lanciata dalla terza carica dello Stato, con quel documento firmato nella riunione di ieri mattina da 52 tra deputati e senatori. Un testo che il premier considera per niente straordinario, nel senso che «si tratta di richieste espresse in modo abbastanza confuso e annacquato». Vada per la corrente, «non si può impedire», vada per il confronto all'interno del partito, «del resto mai negato». Ma c'è un punto che per Berlusconi non può essere messo in discussione: il rispetto del programma elettorale. Da questo, ripete il premier ai suoi fedelissimi, si può partire per il confronto in qualsiasi forma, l'ufficio di presidenza, la direzione o il consiglio nazionale. «Poi però si arriva ad un voto - spiegano fonti Pdl - e allora tutti si devono adeguare alla maggioranza». La linea a cui starebbe pensando il Cavaliere è quella di opporsi a questa spina interna, non avendo voglia di tornare a quella che considera «una vecchia politica». Berlusconi è stufo di questo continuo tira e molla: «Non possiamo continuare in questo modo». Al momento non è stata presa alcuna decisione ufficiale. Anche perché a frenare il Cavaliere ieri sarebbe stato soprattutto Umberto Bossi. Non possiamo rompere, occorre trovare un accordo, è la linea del Senatur. Preoccupato che possa saltare tutto il lavoro svolto sul federalismo e che si prospettino le condizioni per un governo istituzionale che naturalmente neanche il presidente del Consiglio vuole. Certo, l'idea di essere inghiottito nelle liturgie da vecchio partito è quanto di più lontano dal modo di ragionare di Berlusconi. E poi, soprattutto, il presidente del Consiglio è tediato all'idea che su ogni provvedimento, da quelli che gli stanno più a cuore come la riforma della giustizia a quelli ordinari, si crei una piccola fronda con cui dover stare a discutere. Con questo scenario, di certo, per il premier era quasi meglio se Fini avesse abbandonato la nave. Domani cercherà di capire se è possibile mettere insieme i cocci. E se così non dovesse essere, «sarà la maggioranza a decidere».

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