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"Ha difeso il Parlamento" Fini politico dell'anno

Gianfranco Fini

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Dunque, Fini succede a Berlusconi. Più che un esercizio di divinazione, peraltro nemmeno troppo difficile nel caso specifico, è questo il responso del sondaggio organizzato dal quotidiano Riformista per assegnare l'Oscar al «politico italiano dell'anno». Un appuntamento ormai canonico, iniziato nel 2003, che impegna opinionisti delle più diverse testate e dei più diversi orientamenti politici, chiamati a scegliere la personalità che più si è distinta nell'anno solare appena passato. Lo spoglio delle preferenze è stato completato, lunedì ci sarà l'annuncio ufficiale, ma non ci sono dubbi. E così, al premier vincitore per distacco nel 2008 - il predellino, il Pdl, le elezioni, e quant'altro - subentra il presidente della Camera. Una vittoria netta anche per lui, con notevole margine sugli immediati inseguitori (Nichi Vendola e Silvio Berlusconi), quindi il gruppo molto distanziato. Per Gianfranco Fini è una rivincita, in tutti i sensi. Un po' personale nei confronti del predecessore, ovviamente, e un po' materiale visto che in bacheca ha già una statuetta identica, vinta un lustro fa con una motivazione, vagamente preistorica: «Per il viaggio in Israele e per la coraggiosa svolta portata a compimento, con il definitivo addio all'eredità fascista e missina». Per dire come cambiano i tempi. La motivazione di oggi, pur nobile e degna di un padre della patria («Per aver difeso le prerogative del Parlamento»), autorizzerebbe a formulare quanto meno due domande - da che? e da chi? - se non arrivasse in soccorso la seconda parte del dispositivo, «in un'epoca caratterizzata da una forte prevalenza dell'esecutivo». Quindi, in filigrana, anche l'occhio meno allenato intravede la sagoma di Berlusconi e la concezione che ispira la sua azione politica. Fini visto invece come il (un) baluardo contro l'abuso della decretazione d'urgenza, dei voti di fiducia, dei «decreti salsiccia» contenenti tutto e il suo contrario. Uno dei baluardi, dicevamo, ma non il solo. Piace, è piaciuta, molto infatti la sintonia e comunanza di vedute con il Quirinale, che anche nella passata legislatura aveva sì molto insistito nella «tutela della centralità del Parlamento», ma con interlocutori di altra estrazione politica. E nessun «votante» - per quanto assai trasversali - dell'ex leader di Alleanza nazionale ha dubitato sulla possibile contraddizione, di un convinto e mai rinnegato presidenzialista che scelto per aver strenuamente difeso autonomia e centralità delle Camere. «Ciò perché Fini concepisce il presidenzialismo non tanto come una deriva plebiscitaria, ma come un sistema bilanciato di pesi e contrappesi». Per la cronaca va detto che negli anni scorsi, i vincitori del premio hanno sempre incontrato notevoli difficoltà l'anno successivo (Fausto Bertinotti, lo stesso Fini, Romano Prodi, Massimo D'Alema fu addirittura battuto al Senato sulla politica estera proprio il giorno della consegna). Nessuno ha mai fatto il bis. Lungi dall'essere foriero di sventure, al Riformista la buttano sulla metafora sportiva: significa che nella politica come nello sport, ripetersi è difficile, la quotidianità è piena di insidie e trabocchetti. Il vincitore è, insieme, festeggiato e avvisato.

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