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«Solo 5 anni per la cura»

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Fermarela crescita del tumore e riprogrammare il cervello rigenerando le cellule neuronali perse nel corso di malattie neurodegenerative. Sono le frontiere di applicazione aperte dalla scoperta realizzata dai due ricercatori italiani, Antonio Iavarone e Anna Lasorella, che da molti anni lavorano negli Stati Uniti, presso il Columbia University Medical Center di New York. Notizie come queste accendono la speranza in migliaia di pazienti, non solo oncologici ma affetti da malattie tremende, dall'alzheimer, piaga dei nostri tempi, alla sclerosi multipla. Ma dalla scoperta della proteina alla terapia, quanto passerà? Lo abbiamo chiesto al prof. Francesco Cognetti, direttore del Dipartimento di Oncologia medica, dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma. Prof. Cognetti quando avremo una cura? «Intanto voglio dire che questi risultati hanno un valore aggiunto, a parte quello scientifico, perché vengono da un gruppo di ricercatori che per poter fare il loro lavoro sono dovuti andare all'estero, perché le condizioni nel nostro Paese erano proibitive. La situazione non è cambiata sostanzialmente oggi, quindi auspichiamo che la politica intervenga per favorire la permanenza di grandi cervelli come questi nel nostro Paese. E c'è da fare molto a questo riguardo. Poi per quel che riguarda la cura devo dire che i tempi non saranno brevi per lo sviluppo di farmaci che, in qualche modo, conservino l'attività di questa proteina nei soggetti in cui la proteina stessa è carente. Normalmente per lo sviluppo servono tecniche di biotecnologia per sintetizzare farmaci stimolanti la funzione della proteina. Ed una volta ottenuto questo risultato sono necessari diversi anni per i test preclinici e clinici». E quanto tempo servirà? «Ammesso che tutto vada bene e non ci siano ostacoli dovuti alla grande complessità delle procedure ed anche della messa in atto del razionale della ricerca, ci vorranno almeno 5 anni». Cosa succederà in questo frattempo? «Prima deve essere sviluppato il farmaco, poi deve essere testato in vitro, ovvero su cellule in coltura, poi sugli animali e infine nell'uomo in diversi stadi». Contro quali malattie si potrà agirà? «Il meccanismo di azione di questa proteina lascia pensare che farmaci che ne stimolino l'attività possano essere vantaggiosi anche in altre patologie rispetto a quella dei tumori cerebrali, degenerative neurologiche, per ristabilire il corretto funzionamento cellulare compromesso da conseguenze di problemi vascolari cerebrali». E contro l'alzheimer? «Sì, anche contro la malattia neurologica per eccellenza».

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