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Per l'industria si deve fare di più

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Èpositivo che l'esecutivo abbia considerato la riduzione delle imposte una strada da percorrere. Ci sarebbe molto di più da fare, ma è giusto che si intendano restituire i crediti alle aziende e che si abbia predisposto qualche sgravio per chi non licenzia e per chi investe i profitti in innovazione. Su questi ultimi due punti, però, va detto che l'idea di condizionare le riduzioni fiscali a precise scelte aziendali rischia di perturbare la normale gestione delle attività, inducendo a scelte che altrimenti non si sarebbero compiute. Soprattutto, però, l'impressione è che fatichi ad emergere un progetto all'altezza dei nemici da sconfiggere. È sicuramente una buona cosa che il ministro Sacconi ponga un netto aut-aut alla regione Calabria, i cui conti della sanità sono fuori controllo, e che si appresti a puntare il dito contro altre gestioni sanitarie analogamente dissestate. È egualmente da elogiare che il ministro Gelmini tagli il numero degli insegnanti e il ministro Brunetta provi ad introdurre la meritocrazia negli uffici pubblici. Ma se non si salva il sistema delle partite Iva, tutta l'Italia è destinata a crollare. Questa è la prima emergenza e può essere affrontata unicamente riducendo i due macigni che gravano sul mondo produttivo: l'eccesso di prelievo (fiscale e parafiscale) e l'eccesso di vincoli. In uno slogan c'è bisogno di «meno tasse e più liberalizzazioni». Per il secondo punto, bisognerebbe partire da dove Bersani (che pure qualcosa ha provato a fare) ha fallito. Da liberalizzare non ci sono soltanto i mercati delle professioni, ma settori come le poste, le ferrovie, la telefonia fissa, gli aeroporti. È difficile che un sistema produttivo possa reggere se manca concorrenza in ambiti così importanti. E poi bisogna avere il coraggio di ridimensionare con decisione le imposte, trovando le risorse dove ci sono e quindi facendola finita una volta per tutte con l'arcipelago delle imprese di Stato. Chi continua a ritenere che il governo debba e possa «guidare» l'economia, guarda con fastidio all'idea di una nuova ondata di privatizzazioni, che coinvolga l'Enel, l'Eni, la Cassa Depositi e Prestiti, e via dicendo. Ma nelle ristrettezze del presente e nella necessità di modificare l'assetto dell'economia italiana, se si vuole puntare sulle imprese private, grandi o piccole, questa strada s'impone senza dubbio. Compiere una scelta tanto coraggiosa attirerebbe sull'Italia l'attenzione del mondo intero e produrrebbe effetti significativi sul tessuto produttivo. Forse però qualcuno ritiene che una semplice rateizzazione dei pagamenti Iva o qualche progetto di formazione possa fare di più e meglio. È però facile prevedere che la realtà s'incaricherà di smentirlo. Carlo Lottieri

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