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Alemanno, l'altra via

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Diversa sicuramente da quella che immagina Gianfranco Fini. È la destra della tradizione e dei valori. la destra delle identità. Avverte il sindaco di Roma alla platea dell'ultimo congresso di An: «Non abbiate paura, siamo una comunità vittoriosa, vinceremo ancora». E per farlo Alemanno chiama in causa anche Giovanni Gentile: «Dobbiamo creare una nuova Italia, costruire, ci vuole una rivoluzione costruttiva». E ne comincia a delineare i contorni osservando che «bisogna combattere l'abisso dell'intolleranza ma anche non farsi influenzare dai salotti buoni». Attacca la sinistra: «Deve maturare e non so se si libereranno mai dalla faziosità conservatrice che li caratterizza, difendono i luoghi comuni ereditati dal passato. Dobbiamo vincere le ipocrisie della sinistra. Non sono più comunisti, sono diventati "luogocomunisti"». Alemanno spinge per il cambiamento e insiste sul fatto che è necessario «liberare l'Italia dai troppi cretini al comando, combattere i capitali sporchi e la criminalità organizzata, incide sui valori ed è necessario anche un osservatorio per la libertà religiosa e respingere chi pensa che l'unico fondamentalismo sia quello del Papa...». I valori cattolici, dunque. Ma non solo. Alemanno parla di immigrazione ricordando di quando si è recato al Casilino 900 e «sono stato applaudito dai nomadi perché sono stato il primo a sporcarmi le scarpe in quei campi». Ma questo non significa che si debba «abbandonarsi al populismo identitario: dobbiamo camminare in cresta, come si direbbe con un termine alpinistico». «Quando una montagna è difficile - sottolinea Alemanno, grande amante proprio dell'alpinismo - si cammina in cresta, tra due abissi contrapposti. Da una parte abbiamo l'abisso della xenofobia e dell'estremismo, ma dall'altra c'è anche l'abisso del farsi condizionare dalle elite dominanti». Dall'immigrazione all'Europa il passo è breve: «Ho una profonda perplessità sull'ingresso della Turchia», ipotesi sulla quale invece Fini, quando era ministro degli Esteri, si espresse favorevolmente. Certo, il primo cittadino della Capitale sta ben attento a non entrare in conflitto con il presidente della Camera. Tanto che ci tiene a precisare: «Dobbiamo ringraziare l'anomalia di Berlusconi che ha rimesso in moto la politica. Ma a fianco di Berlusconi c'è Fini che rappresenta la politica, le regole e le istituzioni» e «attraverso la sua esperienza si potrà fare in modo che questo partito cresca». Lancia la riforma del welfare con l'introduzione del quoziente familiare. È nel finale, però, che Alemanno piazza un'altra zampata. Quando si richiama a Roberto Menia, il «dissidente» del sabato che aveva infiammato la platea del congresso. E lo fa ricordando proprio il punto che aveva suscitato più applausi, la richiesta di riavere le preferenze sull'urna: «Non vogliamo un partito di nominati». I due, che provengono da storie opposte, si erano già ritrovati in asse nello scorso luglio all'assemblea che convocò il congresso. Ora si ripete. Di sicuro Alemanno ha fatto un primo passo per mettersi alla guida di questo mondo.

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