Ranucci e il delirio del complottone mondiale Esperia-Il Tempo-Thiel
Parla come un politico, si muove come un politico e come un politico è persino oggetto di sondaggi. Ma un politico non è - non ancora. È Sigfrido Ranucci: l’ex conduttore di Report dice un giorno sì e l’altro pure che vuole continuare a fare il giornalista, e che di candidarsi non ci pensa nemmeno; ma, un po’ come accade nel giornalismo, dove l’andreottiana massima «una smentita è una notizia data due volte» è regola aurea, in politica molte candidature passano per smentite, nascondimenti, negazioni. Un buon esempio di quanto detto lo abbiamo visto ieri dal palco della festa di Avs primo partito indiziato ad ospitare una eventuale discesa in campo di Ranucci - sul quale è salito il giornalista, ufficialmente per presentare il suo libro «Il ritorno della casta». Epperò l’iniziativa, più che un tradizionale incontro in cui parlare di un volume, alla fine è finita per essere un piccolo comizio. Del libro, in effetti, si è parlato poco o niente; nessuna domanda in merito da parte dei due moderatori Francesca Ruocco e Lorenzo Fioramonti (pure loro abbandonatisi a delle mini-arringhe), né approfondimenti da parte dell’autore. Ranucci - camicia nera, jeans d’ordinanza e sneakers bianche - è salito sul palco per parlare d’altro, ovvero di una mega cospirazione mondiale ordita da spietati plutocrati che starebbero tramando per distruggere le libere società europee, al fine di instaurare un «democrazia della sorveglianza» in cui un manipolo di neo feudatari schiavizzeranno ciò che una volta si chiamava cittadino e domani si chiamerà suddito.
La prima uscita "politica" di Ranucci da Bonelli e Fratoianni: "Voglio Report"
Il tutto, secondo il nostro, orchestrato naturalmente dalle «destre», anzi, dalle «tecno-destre», meglio ancora dal «tecno-fascismo» che partono dalla Silicon Valley e arrivano fino al referendum sulla giustizia italiano (davvero efficienti questi plutocrati che non riescono nemmeno a vincere una votazione nella piccola Italia, non c’è che dire). Nel calderone del mefistofelico «grande disegno globale autocratico» ci finisce praticamente chiunque e qualunque cosa non sia affine alla galassia progressista: dalla P2 all’immancabile Silvio Berlusconi (ancora!), fino al «genocidio di Gaza», all’Iran e al Venezuela. E poi ancora Epstein, il Mossad (che sta bene su tutto), Elon Musk, Jeff Bezos (con la sua «eugenetica dell’operaio»), Donald Trump, Netanyahu. Per arrivare, rullo di tamburi, al cattivo dei cattivi: Peter Thiel di Palantir, in riferimento al quale Ranucci fa una connessione a dire poco curiosa: «guarda caso», dice, «pochi giorni prima del referendum sulla giustizia Thiel viene in Italia e chi incontra a porte chiuse?», domanda al pubblico, lui che la sa lunga. «Pietro Dettori, responsabile di Esperia insieme a tale Zavalani, che è social media manager di Sallusti» e «c’era pure Capezzone, che è stato uno dei più agitati in questi mesi nei miei confronti. A me questa assonanza mi fa pensare che ci siamo persi qualcosa».
Prima Albanese, poi Ranucci: la strategia di AvS per il dopo Salis
Rimandando così a quanto detto qualche minuto prima, allorché aveva attaccato Esperia e «i giornali di Angelucci», colpevoli di averlo criticato per il suo impegno a favore del «No» al referendum. A questo però ormai siamo abituati. Ciò a cui non eravamo abituati è il grande complottone globale, così tanto inclusivo da comprendere sia i miliardari della Silicon Valley che il nostro direttore: una strada davvero lunga, ma, sostiene Ranucci, disseminata di «assonanze» che però vede solo lui. Verrebbe da chiedersi allora l’argine alla distruzione delle democrazie quale sarebbe. La risposta che darebbe Sigfrido temiamo di saperla: la politica dei «buoni». Magari con lui a guidarla.
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