Ranucci, la profezia sbilenca di Canfora: "Come andrà a finire". Cosa dimentica...
L'autorevole storico idolatrato dalla sinistra a In Onda cita Tacito ma sorvola su inchieste flop, l'inchiesta romana e le amicizie opache
A "In Onda", su La7, Luciano Canfora ha usato Tacito per spiegare Ranucci. Un'operazione culturalmente elegante, storicamente impeccabile, e politicamente comoda quanto basta per lasciare fuori campo tutto ciò che non tornava. Lo storico e filologo, tra i più autorevoli intellettuali della sinistra italiana, non ha usato mezzi termini: quanto sta accadendo al giornalista di “Report” è "una operazione punitiva desiderata da tanto tempo". Parole nette, pronunciate con la sicurezza di chi maneggia le fonti classiche come altri maneggiano le agenzie di stampa. E per dare peso alla tesi, Canfora ha tirato in ballo niente meno che Tacito e la vicenda di Cremuzio Cordo, lo storico-senatore le cui opere, bruciate per condanna del Senato romano, "manserunt occultati et editi", rimasero cioè in circolazione, anzi ne uscirono rafforzate. Un parallelo suggestivo: la censura, dice Canfora, "è stupida, sostanzialmente", perché produce l'effetto contrario a quello voluto. Colpire Ranucci, in questa lettura, significherebbe consacrarlo: "diventerà un personaggio di gran lunga più noto e apprezzato se colpito".
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C'è del vero, ovviamente. La storia della censura è piena di casi in cui il divieto ha funzionato da cassa di risonanza. Lo stesso Canfora lo ricorda citando i libri di Trockij, "desideratissimi e nascostissimi" nell'Unione Sovietica fino a diventare irrilevanti una volta caduto il regime. È una legge quasi fisica della comunicazione: si desidera ciò che viene negato.
Ma qui il parallelo tacitiano comincia a scricchiolare, e non per colpa di Tacito. Cremuzio Cordo fu condannato per aver scritto un'opera storiografica che lodava i cesaricidi, cioè per un giudizio politico sgradito al potere. Non risulta che contro di lui pendessero querele per diffamazione, accuse di aver pubblicato conversazioni private senza consenso, o polemiche legate a comportamenti personali contestati da colleghe. Ranucci non è equiparabile a un caso di censura pura contro la verità: le sue inchieste, per quanto seguite e apprezzate da un pubblico ampio, sono considerate da una parte non piccola dell'opinione pubblica e della critica giornalistica come orientate, selettive, costruite per colpire bersagli sempre dalla stessa parte politica. È legittimo pensarla diversamente, ma non è un dettaglio che si possa cancellare con un'analogia classica.
E poi c'è un capitolo che Canfora non nomina affatto, ed è quello che più complica il quadro degli ultimi giorni: i rapporti con Valter Lavitola, l'uomo che le indagini indicano come autore dell'attentato dinamitardo contro Ranucci, e le domande - ancora senza risposta piena - sul perché di quella confidenza e su un presunto progetto politico mai chiarito del tutto. A questo si è aggiunta, negli ultimissimi giorni, la denuncia pubblica della giornalista Angela Camuso, che accusa il conduttore di avance non richieste durante un colloquio di lavoro del 2018-2019: accuse che Ranucci respinge e per le quali starebbe valutando iniziative legali. Sono vicende diverse tra loro, nessuna riconducibile al centrodestra, e tutte ancora aperte, ma che comunque compongono, insieme alle inchieste, il profilo pubblico del giornalista.
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Il punto non è difendere chi oggi rema contro Ranucci, né sposare la tesi opposta secondo cui ogni critica al conduttore di “Report” sarebbe di per sé un regolamento di conti mascherato da diritto di cronaca. Il punto è che la realtà, a differenza della metafora di Cremuzio Cordo, è ingombrante e non si lascia comprimere in un'endiadi tra "il filologo che cerca la verità" e "il potere che vuole tappare la bocca". Ranucci non è un martire senza macchia, così come il centrodestra non è l'unica fonte dei suoi guai. Le due cose possono essere vere insieme, e infatti lo sono.
Canfora, da par suo, resta fedele al proprio mestiere: usa la storia per illuminare il presente, e lo fa con l'eleganza di chi conosce Tacito meglio di chiunque altro in Tv. Ma la storia, quando viene usata per costruire un mito contemporaneo, funziona meglio se si tace la metà scomoda. Ed è esattamente quello che è successo.
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La sua profezia - che un eventuale colpo a Ranucci ne accrescerà popolarità e consenso - potrebbe pure avverarsi: la logica per cui il divieto alimenta il desiderio è, appunto, quasi una legge storica. Ma sarebbe più giusto, prima di scomodare Tacito, ricordare che non tutte le opere condannate sono opere di verità, e non tutti i condannati sono Cremuzio Cordo.
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