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Filorosso, Capezzone smaschera la sinistra su Fakir: speravano nel loro George Floyd

Ignazio Riccio
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Non si placano le polemiche attorno alla morte di un uomo, deceduto nel corso di un'operazione di polizia a Bologna nella giornata di domenica. Un episodio che, nel giro di poche ore, si è trasformato in un caso politico e mediatico di primo piano, alimentato da manifestazioni di piazza, accuse incrociate e un acceso confronto tra opposte narrazioni. A entrare nel merito, con toni netti, è stato il direttore de “Il Tempo” Daniele Capezzone, intervenuto nella trasmissione "Filo Rosso" su Rai 3, dove ha ricostruito la vicenda punto per punto e ha rivolto un duro atto d'accusa alla sinistra politica e giornalistica, oltre che all'amministrazione comunale felsinea.
Aprendo il suo intervento, Capezzone ha voluto anzitutto fissare la sequenza temporale degli eventi, per poi valutare nel merito le reazioni che ne sono seguite. "La notizia arriva domenica, attorno alle 18-18.30", ha ricordato, sottolineando che in quel frangente le uniche informazioni disponibili erano poche immagini frammentarie: "Non si sa niente in quel momento, a parte i fotogrammi".

 

Il direttore ha poi descritto quello che, a suo giudizio, rappresenta il quadro iniziale della vicenda: un uomo che "aveva dato gravemente in escandescenze" e che "stava facendo danni", tale da rendere necessario l'intervento delle forze dell'ordine. Un intervento che, secondo Capezzone, si è svolto in maniera corretta: "La polizia interviene correttamente per metterlo in condizione di non nuocere". Altrettanto lineare, a suo dire, il comportamento tenuto successivamente dagli agenti, che hanno immediatamente reso disponibile il materiale delle bodycam agli inquirenti "in modo che si possano fare tutti gli accertamenti".

È proprio a partire da questa ricostruzione che il direttore ha sviluppato la sua critica più affilata, rivolta a chi, a suo avviso, ha costruito un racconto colpevolista ancora prima che i fatti fossero chiariti. "Senza sapere niente, da ieri politici di sinistra e stamattina giornali di sinistra hanno messo sotto processo la polizia", ha affermato, evocando un parallelo con casi giudicati sproporzionati rispetto ai fatti realmente accertati: si è parlato, ha spiegato, "di fatto di un caso George Floyd, dell'ICE italiana, di un omicidio nelle mani dello Stato, senza sapere niente".

 

Un giudizio che Capezzone ha ribadito con fermezza anche quando, in studio, gli è stato fatto notare che neppure lui potesse affermare con certezza che l'operazione delle forze dell'ordine fosse stata condotta in modo ineccepibile. La replica del direttore non si è fatta attendere: al contraddittorio: "Chiedo scusa, ma non sappiamo nemmeno che hanno agito scorrettamente" ha risposto rovesciando l'argomento, per rimarcare come proprio l'incertezza sui fatti avrebbe dovuto imporre maggiore cautela a chi invece ha scelto la strada della condanna sommaria: "Noi non sappiamo se abbiano agito correttamente o scorrettamente, facciamo i titoli dicendo che l'hanno ammazzato".

Il secondo fronte dell'intervento di Capezzone ha riguardato direttamente il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, accusato di aver gestito la vicenda con superficialità e responsabilità politica. "Abbiamo un sindaco di Bologna che si chiama Lepore, con il curriculum che ha, che convoca da ieri sera una manifestazione, irresponsabilmente", ha detto il direttore, aggiungendo un giudizio tranchant sulla prevedibilità degli sviluppi di piazza: "Anche un bambino piccolo sapeva che sarebbe finita così".

Capezzone ha quindi ampliato la critica alla gestione amministrativa del sindaco, elencando una serie di provvedimenti che considera emblematici di un impianto di scelte politiche discutibili: l'aumento del costo del biglietto dell'autobus "ai cittadini normali" a fronte, sempre secondo il direttore, dell'abolizione dello stesso onere per gli immigrati; la concessione di sedi e utenze "a centri sociali occupanti abusivi"; e infine le ripetute polemiche pubbliche del sindaco nei confronti del ministro dell'Interno.

 

A corredo della sua ricostruzione della giornata di piazza, il direttore ha anche richiamato quanto accaduto durante la manifestazione convocata in serata, segnalando la presenza, tra i manifestanti, di "islamici e islamiche velate, insieme con gli antagonisti, a tirare pietre contro la polizia", un dettaglio che, a suo giudizio, meritava di essere raccontato con la stessa attenzione riservata ad altri aspetti della vicenda.

Nonostante i toni duri, il direttore ha tenuto a precisare più volte di non voler generalizzare né minimizzare la gravità dell'accaduto. Di fronte ai rilievi mossigli in trasmissione, ha rivendicato la libertà di esprimere un'opinione personale, distinguendola da un giudizio sommario collettivo: "Io sono abituato a dire la mia opinione", ha chiarito, respingendo l'idea di voler delegittimare in blocco il dissenso o la protesta in sé.

Il passaggio conclusivo dell'intervento è stato dedicato a un richiamo alla complessità umana della vicenda, con toni più pacati rispetto al resto dell'intervento. Capezzone ha voluto sottolineare il rispetto dovuto alla persona deceduta, pur ricordandone i precedenti penali: "Siamo molto dispiaciuti della morte di una persona, verità impone di dire che questa persona aveva già tre o quattro arresti, condanne e denunce per spaccio di droga, lesioni, interruzione di pubblico servizio". Da qui la ragione, ha spiegato, per cui è stata chiamata la polizia: l'uomo "stava dando in escandescenze e facendo danni".

Il direttore ha chiuso il suo intervento con un appello rivolto tanto al pubblico quanto ai colleghi presenti in studio, invitando a un esercizio di immedesimazione che, a suo dire, manca troppo spesso nel dibattito pubblico: "Mettiamoci, vi prego, sempre nei panni del cittadino che subisce e dell'operatore che interviene". Un invito accompagnato da una notazione quasi polemica sulla distanza tra chi commenta i fatti da uno studio televisivo e chi li vive sul campo: "Noi siamo qui in un bello studio, con belle luci…".

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